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Analisi giuridica.

Si osserva che la banca e il cliente non si scambiano denaro (contante, valuta legale) ma titoli di debito. Infatti, quando concede un credito, la banca eroga il credito emettendo una promessa di pagamento sulla base di una previa promessa di pagamento fatta dal cliente. 

La sequenza è la seguente:

 

1) il cliente firma un atto (titolo di debito) con cui chiede il credito, si impegna a “restituire” il capitale e a pagare gli interessi e fornisce garanzie di pagamento;

 

2) la banca registra come asset questa promessa, questa obbligazione, aumentando il proprio patrimonio di pari importo;

 

3) la banca eroga il credito emettendo un titolo di debito;

 

4) in seguito, il cliente estinguerà il debito così creato verso la banca mediante cessione alla banca di titoli di debito di altri soggetti (raramente con denaro contante), che si dovrà procurare lavorando o investendo o rischiando;

 

5) così la banca, senza investire o rischiare, si impadronisce di potere d’acquisto prodotto dal cliente.

 

È, quindi, chiaro che è il cliente a costituire, a creare, per la banca la capacità di emettere il credito. Il cliente dà alla banca una sua propria promessa di pagamento, e la banca, grazie ad essa, acquisisce la risorsa per emettere non denaro, ma un titolo di debito (assegno circolare, bonifico, lettera di credito, etc.) del tutto analogo a quello del cliente. 

La banca “presta ad interesse” al proprio cliente ciò che prima si è fatta dare dal cliente, senza riconoscergli alcun interesse. 

Secondo i G.A.A.P., ossia le regole contabili internazionali:

in applicazione del matching principle (che prescrive che ogni acquisizione di un asset, o cespite, sia bilanciata dall’assunzione di una liability, od obbligazione) e del faithfulness principle (principio di veridicità sostanziale, che prescrive che la banca registri la realtà economica, anche se la forma giuridica, contrattuale, è diversa) la banca contabilizza il titolo di debito (promessa di pagamento) ricevuta dal cliente come proprio asset, e lo bilancia con la registrazione di una liability verso di lui – sostanzialmente, quindi, riconosce e contabilizza la realtà, ossia di aver ricevuto un valore dal cliente, e di prestargli poi un altro valore omogeneo. In contrasto con tale realtà, la banca formula i propri contratti di finanziamento in modo tale che in essi non figuri affatto l’asset di denaro virtuale che essa, inizialmente, riceve dal cliente, e che figuri solo il (finto) prestito che essa gli erogherebbe dal suo proprio patrimonio. Se si considera che il credito, il titolo di pagamento, costituisca nella prassi liquidità, virtual money (si tenga presente che le parole inglesi “virtual” e “virtually” non significano “virtuale”, bensi “in pratica”, “agli effetti pratici”), money supply, proprio come il denaro contante, allora la banca presta al cliente il denaro virtuale ricevuto dal cliente stesso e che la banca non possedeva prima che il cliente glielo cedesse. 

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Ci sono vari sistemi per non pagare più un mutuo. Uno, ad esempio, è trascinare la banca in tribunale chiedendo di fornire la prova del loro credito - il TITOLO. Poiché le banche non possono fornirlo, perché l'hanno già venduto, non possono dimostrare la titolarità del credito per DIFETTO DI LEGGITTIMAZIONE ATTIVA. Quindi, si smette di pagare il mutuo tenendo l'immobile.

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Criterio discriminante

Inutile cercare di pronosticare il futuro. Le previsioni economiche sono incerte quanto quelle del tempo.

Invece l'esperienza ci ha suggerito una regoletta piuttosto semplice che finora non ha deluso: quando è possibile ottenere mutui ad un tasso fisso vicino al 5% bisogna approfittarne.

A questo livello lo spazio di possibile risparmio con il ricorso al tasso variabile si assottiglia, mentre i rischi di innalzamento sono tutti presenti.

Al contrario, più il tasso fisso eccede il 5%, tanto più diventa interessante il mutuo a tasso variabile. Con buona probabilità esso resterà al di sotto della proposta a tasso fisso per la maggior parte del tempo. Con il vantaggio che ad un tasso più basso il rimborso capitale avviene più in fretta.

 

 

Perché il tasso fisso costa di più

Bisogna considerare che la banca funge da intermediario tra una soggetto che investe i soldi e un altro che li utilizza.

Quindi per prestarti del denaro a tasso fisso servirà che prima qualcun altro lo abbia investito a tasso fisso.

Pensa ora di stare dall'altro lato, cioè di essere colui che investe i suoi capitali.

Per trovare vantaggioso bloccare il tasso di rendimento per molti anni vorresti che fosse più alto di quello ottenibile investendo solo per pochi mesi, ti pare?

In verità il meccanismo è un po' più articolato perché implica operazioni sui derivati dei tassi. Tuttavia questo semplice principio sta alla base delle motivazioni per cui il tasso fisso costa di più.
 

NOTA: occasionalmente possono verificarsi periodi di temporanea tensione dei mercati con conseguenti effetti sui cosiddetti "tassi a breve".

In tali circostanze può succedere che i mutui a tasso variabile (ancorati a parametri riferiti abitualmente a periodi di uno, tre o sei mesi, cioè i periodi al centro della burrasca) finiscano per costare più dei mutui a tasso fisso (collegati a parametri a lungo termine che non risentono di fenomenologie temporanee).

Si tratta di anomalie che tendono ad annullarsi nel giro di qualche mese. Con l'attenuazione della tensione i tassi variabili caleranno. Oppure, se i problemi non si risolveranno, saranno i tassi fissi ad alzarsi, ripristinando i consueti differenziali.