L'andamento dello spread tra BTp e Bund - da un anno a questa parte considerato dagli investitori come il termometro per misurare la crisi del debito dell'Italia e, in senso più allargato, dell'Eurozona - ha un impatto anche sull'altro spread che le famiglie e i risparmiatori italiani tengono frequentemente sotto controllo, quello che le banche applicano sui mutui.

Lo dimostrano i dati degli ultimi 12 mesi, da quando la crisi dell'Eurozona ha avuto una brusca accelerazione con il coinvolgimento, dopo la Grecia, anche dei Paesi periferici dell'area (Italia e Spagna inclusi). Ma procediamo con ordine. Nel primo caso la parola spread indica la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani a 10 anni e i rispettivi Bund tedeschi. Quando si parla di mutui, invece, lo spread è considerato il margine applicato dall'istituto erogante da aggiungere agli indici utilizzati per calcolare le rate (Euribor per i mutui a tasso variabile ed Eurirsper i mutui a tasso fisso). Ne consegue che il tasso finale calcolato sul mutuo è la somma percentuale tra lo spread (scelto dall'istituto in base ai propri costi di raccolta del denaro e ad altre strategie commerciali) e l'Euribor (per chi opta per il tasso variabile) o l'Eurirs (per chi sceglie il fisso).

 
 


Un indebolimento dei bilanci delle banche fa anche diminuire i rating sulla loro capacità di rimborsare i propri debiti e, di conseguenza, fa aumentare i costi di raccolta del denaro sul mercato interbancario. Per questo motivo, con le ovvie semplificazioni del caso, un aumento degli spread sul mercato obbligazionario scoraggia le banche dall'erogare prestiti (tanto a imprese quanto a famiglie) che in cambio chiedono tassi di interesse sempre più alti ritoccando all'insù il proprio margine sui mutui (lo spread appunto). Ritocchi al rialzo degli spread, unitamente all'incertezza sull'andamento economico futuro, spingono anche le famiglie a rimandare la richiesta di mutui. Un cane che si morde la coda.Come il primo spread (quello del mercato obbligazionario) influenza il secondo (quello dei mutui)? Il percorso è più o meno questo: se aumenta il rendimento dei titoli di Stato italiani diminuisce il prezzo (che si muove in modo inverso). Ne consegue che un aumento dei rendimenti dei BTp - che difatti si traduce anche in un aumento dello spread tra BTp e Bund tedeschi - indebolisce il valore (prezzo) dei titoli di Stato posseduti dalle banche italiane. Titoli la cui quota è considerevolmente aumentata (+28%) nel primo trimestre del 2012 quando l'esposizione delle banche italiane in titoli di Stato italiani è cresciuta a 262 miliardi di euro.

Se guardiamo l'andamento del differenziale di rendimento BTp-Bund e dello spread sui mutui negli ultimi 12 mesi, notiamo che i dati supportano questo pericoloso intreccio.

«La rappresentazione grafica dell'andamento storico del differenziale BTp-Bund da maggio 2011 a maggio 2012 richiama chiaramente il disegno di una montagna russa: parte da sotto il 2% a maggio 2011, arriva al massimo del 5,5% a inizio novembre, scende al 3,75% a inizio dicembre, risale al 5,3% a inizio gennaio 2012, scende al minimo del 2,8% a marzo e risale sino al massimo dei giorni nostri al 4,3% - spiega Stefano Rossini, ad di Mutuisupermarket.it -. C'è una spiegazione dietro ogni inversione di trend, ma non è tanto significativo analizzare le cause di questo andamento quanto capire come l'andamento spread abbia influito sul mercato dei mutui, sia lato domanda che lato offerta. Lato domanda, data la situazione di accelerazione della crisi economica e l'elevata incertezza circa le prospettive di ripresa, si è verificata una vertiginosa discesa della domanda di mutui a partire dal terzo trimestre 2011 che ha portato il numero di domande di mutui a contrarsi del 47% nell'ultimo trimestre 2011 e del 46% nel primo quadrimestre del 2012».

«In altre parole - continua - il mutuatario medio ha adottato un atteggiamento prudente, come si dice in inglese, di "wait and see". Lato offerta, la situazione di accelerazione della crisi economica da maggio 2011 in avanti ha portato a un rapido e drastico aumento del costo di approvvigionamento della liquidità sul mercato interbancario e di conseguenza degli spread applicati dalle banche sui propri mutui, dall'1% del maggio 2011 per le migliori offerte al massimo del 3,20% del marzo 2012 sempre per le migliori offerte. Ma poi a marzo 2012, proprio quando lo spread Btp-Bund toccava il minimo del 2,8%, dopo 2 mesi di continua riduzione, alcune banche iniziavano a ridurre lo spread caricato sui propri mutui, dopo ben 10 mesi di rialzi consecutivi, con le migliori offerte che rivedevano al ribasso i propri spread di oltre i 50 punti base per i mutui a tasso variabile».

E negli ultimi tre mesi? «Da marzo ad oggi possiamo dire che gli spread bancari non si non più mossi, nè al rialzo nè al ribasso, segnalando una situazione stabile per quanto riguarda le politiche di impiego delle banche. Ma in realtà la forte crescita dello spread BTp-Bund dal minimo di marzo (2,78%) al massimo di oggi (4,5%) sta facendo riflettere molte banche, che vivono una situazione di tensione dovuta all'altalena del costo di approvvigionamento della liquidità sul mercato interbancario. E nonostante la forte iniezione di liquidità della Bce (prima a dicembre e poi a febbraio con prestiti agevolati alle banche europee di circa mille miliardi, ndr), gli istituti si stanno domandando se e come reagire all'andamento dello spread BTp-Bund, prendendo tempo e cercando di osservare lo scenario di mercato con una prospettiva temporale più ampia. Quindi marzo 2012 potrebbe non essere stato il giro di boa sulla ripresa delle erogazioni che in molti aspettavano da tempo. Sicuramente tutti gli istituti vogliono evitare di seguire comportamenti volatili per le proprie strategie di impiego e di pricing, ritracciando con un ritardo temporale la curva di andamento spread BTp-Bund, ma due mesi di continui rialzi non possono che provocare una crescente tensione sul mercato finanziario e in particolare su quello dei mutui per privati e famiglie».