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L'opera dell'abate di Saint-Pierre fu studiata da Rousseau che, tra il 1747 e il 1756, era stato incaricato di curare una nuova edizione dei suoi scritti. Per l'occasione egli pubblicò una serie di saggi col titolo Scritti sull'abate di Saint-Pierre (1758-1759), nei quali pur riconoscendone il valore, coglie un elemento di debolezza, e cioè il pensare di poter contare sulla volontà dei principi per arrivare alla pace, che è sì nell'interesse dei sudditi, ma non in quello dei sovrani. 
La guerra mantiene saldi i principi sui troni e sposta all'esterno le tensioni interne, sostiene Rousseau; da ciò si ricava necessariamente che solo una democrazia, cioè un governo del popolo, potrebbe istituire la pace perpetua. 


Il progetto di pace perpetua, il cui fine è il più degno d'interessare un uomo dabbene, fu anche, fra tutti quelli dell'abate di Saint-Pierre, quello che egli meditò più a lungo e che perseguì con maggiore caparbietà. È infatti difficile chiamare diversamente quello zelo missionario che, a questo proposito, mai lo abbandonò, nonostante l'evidente impossibilità di successo, il ridicolo di cui si copriva ogni giorno di più, e l'avversione profonda dalla quale fu sempre circondato. Pare che quell'animo così retto, attento soltanto al bene pubblico, misurasse le cure che prodigava alle cose unicamente sul grado della loro utilità, senza mai farsi scoraggiare dagli ostacoli né frenare dall'interesse personale.
Se mai fu dimostrata verità morale, mi pare che sia l'utilità generale e particolare di questo progetto. I vantaggi che risulterebbero dalla sua esecuzione per ogni principe, per ogni popolo e per l'Europa tutta, sono immensi, evidenti, incontestabili; e non vi è nulla di più solido e di più esatto dei ragionamenti con cui l'autore li afferma. Realizzare la sua Repubblica europea anche per un solo giorno sarebbe sufficiente a farla durare in eterno, a tal punto ciascuno troverebbe confermato dall'esperienza, nel bene comune, il suo personale interesse. 
Eppure questi stessi principi, i quali la difenderebbero con tutte le loro forze se essa esistesse, oppongono ora altrettanta resistenza alla sua realizzazione, e ne impediranno certamente l'istituzione, così come ne impedirebbero la soppressione. Perciò l'opera dell'abate di Saint-Pierre sulla pace perpetua sembra a prima vista impotente a produrla e superflua per conservarla. Si tratta dunque di speculazioni astratte, dirà qualche lettore impaziente. No, è un libro solido e meditato, ed è molto importante che esista.

Cominciamo coll'esaminare le difficoltà sollevate da coloro che non valutano le ragioni secondo il metro della ragione, bensì secondo quello dell'esperienza, e che non hanno nient'altro da obiettare contro questo progetto, se non il fatto che non è stato realizzato. Insomma, diranno senza dubbio costoro, se questi vantaggi sono tanto reali, perché dunque i sovrani d'Europa non l'hanno adottato? Perché trascurano i loro stessi interessi, se questi interessi sono tanto evidenti? È d'altronde possibile che essi rifiutino il mezzo per accrescere i propri redditi e la propria potenza? Se questo sistema fosse tanto efficace quanto si pretende, si può credere che non si affretterebbero ad adottarlo, lasciando da parte tutti quei sistemi che da tanto tempo li fuorviano, ed è possibile che continuerebbero a preferire mille rimedi fallaci a un vantaggio evidente?
Senza dubbio, è possibile; a meno di non supporre che la loro saggezza sia pari alla loro ambizione, e che essi scorgano tanto più chiaramente i loro vantaggi quanto più fortemente li desiderano; mentre la grande punizione dell'eccessivo amor proprio consiste in effetti nel ricorrere sempre a mezzi ingannevoli, e l'ardore stesso delle passioni congiura a distoglierle quasi sempre dal loro scopo. 
Distinguiamo dunque in politica, come in morale, l'interesse reale dall'interesse apparente: il primo si troverebbe nella pace perpetua, e ciò è già stato dimostrato nel progetto; il secondo si trova nello stato d'indipendenza assoluta che sottrae i sovrani all'imperio della legge per sottometterli a quello della fortuna; simili in questo a un pilota insensato che, per fare sfoggio di un vano sapere ed esercitare il comando sui marinai, preferisca navigare tra gli scogli di un mare in tempesta anziché ancorare la nave a solidi ormeggi.
L'unica preoccupazione dei re, o dei loro funzionari, si concentra su due soli scopi: estendere il loro dominio all'esterno, e renderlo più assoluto all'interno. Ogni altra preoccupazione, o si riferisce a una di queste due, oppure serve loro esclusivamente da pretesto. Tali sono le cure per il bene pubblico, per la felicità dei sudditi, per la gloria della nazione, parole perennemente proclamate dai gabinetti ministeriali e così pesantemente usate negli editti pubblici per annunciare sempre e soltanto ordini funesti, tanto che, quando i suoi padroni gli parlano di cure paterne, il popolo comincia subito a preoccuparsi.
Da queste due massime fondamentali si giudichi com'è concepibile che i principi possano accogliere bene una proposta che colpisce direttamente l'una senza essere più favorevole all'altra; infatti si capisce bene che, con la Dieta europea, il governo di ogni Stato viene determinato e delimitato non meno di quanto lo siano i suoi confini, e che non si possono mettere i principi al riparo dalle rivolte dei sudditi senza mettere al tempo stesso i sudditi al riparo dalla tirannia dei principi, perché altrimenti l'istituzione non potrebbe sopravvivere. Ora, io chiedo se vi sia al mondo un solo sovrano che, ostacolato in questo modo e per sempre nei suoi progetti più cari, sopporterebbe senza indignazione la sola idea di vedersi costretto ad essere giusto, non solo verso gli stranieri, ma perfino verso i propri sudditi.
E' facile inoltre capire che la guerra e le conquiste da un lato, e il progredire del dispotismo dall'altro, si aiutano reciprocamente; infatti è noto che da un popolo di schiavi si prelevano a volontà denaro e uomini per sottometterne altri, e che a sua volta la guerra fornisce un pretesto per nuove esazioni pecuniarie e un altro pretesto non meno specioso per avere sempre grandi eserciti al fine di intimorire il popolo. Infine è a tutti abbastanza chiaro che i principi conquistatori fanno la guerra almeno altrettanto ai loro sudditi che ai loro nemici, e che la condizione dei vincitori non è migliore di quella dei vinti. “Ho battuto i Romani”, scriveva Annibale ai Cartaginesi, “mandatemi altre truppe; ho imposto contributi all'Italia, mandatemi altro denaro”. Questo significano i Te Deum, i fuochi di gioia e l'allegrezza del popolo ai trionfi dei suoi padroni.

[...] 
Non bisogna neppure credere, come l'abate di Saint-Pierre, che, anche con la buona volontà, che né i principi né i ministri avranno mai, sia facile trovare un momento favorevole all'attuazione di tale sistema. 
Per realizzarlo sarebbe infatti necessario che la somma degli interessi particolari non prevalesse sull'interesse generale, e che ciascuno potesse vedere nel bene di tutti il bene maggiore sperabile per se stesso. Ora, tutto ciò richiede l'esistenza di saggezza in tante teste e un concorso di rapporti in tanti interessi, che non è affatto possibile sperare dal caso l'accordo fortuito di tutte le circostanze necessarie; tuttavia, se non interviene l'accordo, non vi è che la forza che possa sostituirlo; e allora non si tratta più di persuadere, ma di costringere; e non serve scrivere libri, occorre arruolare nuove truppe.

Così, benché il progetto sia tanto saggio, i mezzi per realizzarlo risentono della semplicità dell'autore: egli s'immaginava ingenuamente che bastasse indire un congresso, proporvi i suoi articoli che tutti avrebbero sottoscritto, e ogni cosa sarebbe stata risolta. Riconosciamo che in tutti i suoi progetti quell'onesto uomo prevedeva abbastanza chiaramente l'effetto delle cose una volta che queste fossero state realizzate; ma ragionava come un bambino riguardo ai mezzi per realizzarle.
Per dimostrare che il progetto della Repubblica cristiana non è chimerico, mi basta nominare il suo primo autore: infatti Enrico IV non era sicuramente un pazzo, né Sully un visionario. L'abate di Saint-Pierre si valeva di questi grandi nomi per cercare di ripristinare il loro sistema. 
Ma quanto mutati i tempi, quanto diverse le circostanze! Quale differenza nella proposta di allora, nel modo di avanzarla, e anche nel suo autore! 
[...] 
Non si dica quindi che se il suo sistema non è stato adottato significa che non era buono; si dica al contrario che era troppo buono per essere adottato; giacché il male e gli abusi di cui tanta gente approfitta s'introducono da soli, mentre ciò che è utile al pubblico s'impone soltanto con la forza, dal momento che gli interessi particolari vi si oppongono quasi sempre. 
Senza dubbio la pace perpetua è, in questo momento, un progetto del tutto assurdo; ma se ci renderete un Enrico IV e un Sully, la pace perpetua ridiventerà un progetto attuabile; o piuttosto ammiriamo un così bel piano, ma consoliamoci di non poterlo vedere realizzato, perché non può attuarsi se non con mezzi violenti e dannosi all'umanità. 
Non è possibile che leghe federali si stabiliscano altrimenti che mediante rivoluzioni, e in base a questo principio, chi di noi oserà dire se questa lega europea è da desiderare o da temere? Essa farebbe forse più male d'un colpo, di quanto non riuscirebbe a prevenirne per secoli.