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Lo stato di natura è, nelle opere della maturità di Locke, il regno della libertà e della legge naturale.

“Sebbene sia uno stato di libertà, tuttavia non è uno stato di licenza: sebbene in questo stato si abbia la libertà incontrollabile di disporre della propria persona e dei propri averi, tuttavia non si ha la libertà di distruggere né se stessi né qualsiasi creatura in proprio possesso, se non quando lo richieda un qualche uso più nobile, che quello della pura e semplice conservazione. Lo stato di natura è governato dalla legge di natura, che obbliga tutti: e la ragione, che è questa legge, insegna a tutti gli uomini, purché vogliano consultarla, che, essendo tutti eguali e indipendenti, nessuno deve recar danno ad altri nella vita, nella salute, nella libertà o nei possessi”.

Siamo molto lontani dallo stato di natura di Hobbes e di Spinoza.

Non c’è pessimismo nell’antropologia di Locke.

C’è libertà piena, ma c’è anche la legge nello stato di natura di Locke.

C’è la legge più alta, quella divina e razionale, quella “che vuole la pace e la conservazione di tutti gli uomini”, quella che costituisce il criterio di valutazione di tutte le leggi positive imposte dagli Stati.

Lo stato di natura non è, di per sé, uno stato di guerra.

“Abbiamo chiara la differenza fra lo stato di natura e lo stato di guerra, i quali, per quanto taluni li abbiano confusi – scrive Locke, in evidente polemica con Hobbes – sono così distanti come lo sono fra loro uno stato di pace, benevolenza, assistenza e conservazione reciproca e uno stato di ostilità, malvagità, violenza e reciproca distruzione. Uomini che vivono insieme secondo ragione, senza un superiore comune sulla terra, che abbia autorità a giudicare fra di loro: questo è propriamente lo stato di natura. […] La mancanza di un giudice comune fornito di autorità pone tutti gli uomini in stato di natura: la forza esercitata senza diritto sulla persona di un uomo introduce lo stato di guerra, vi sia o meno un giudice comune”.

Lo stato di natura può, cioè, diventare uno stato di guerra e lo stato di guerra si può avere anche quando lo stato di natura sia stato superato con l’istituzione di un giudice comune, cioè con la creazione dello Stato.

L’assenza di un giudice comune, di un’autorità superiore, nello stato di natura pone “l’esecuzione della legge naturale nelle mani di ciascuno, per cui ognuno ha diritto di punire i trasgressori di questa legge, in misura tale che possa impedirne la violazione, perché la legge di natura, come ogni altra legge che riguardi gli uomini di questo mondo, sarebbe inutile, se non ci fosse nessuno che nello stato di natura avesse il potere di farla eseguire, e così proteggere gli innocenti e reprimere gli offensori. E se nello stato di natura uno può punire un altro per un male che questi abbia fatto, ciascuno può fare lo stesso, perché in questo stato di perfetta uguaglianza, ove non c’è naturalmente superiorità o giurisdizione di uno sopra l’altro, ciò che uno può fare in osservanza a questa legge, ciascuno deve necessariamente avere il diritto di farlo”. E così, facendosi “esecutore della legge di natura”, “un uomo consegue un potere sopra gli altri”.

Questo potere, però, non può essere “assoluto o arbitrario”: deve limitarsi a retribuire al reo, “secondo quanto dettano la ragione tranquilla e la coscienza, ciò ch’è proporzionato alla sua trasgressione, cioè a dire quanto può servire a riparazione e repressione: perché queste due sono le sole ragioni per cui un uomo può legittimamente recar danno a un altro, ch’è ciò che si chiama punizione”.

E’ la stessa legge naturale che regola l’uso della violenza punitiva dei singoli che vogliano, nell’interesse di tutti, farsi esecutori della legge di natura.

La legge naturale è perfetta, ma i suoi esecutori lo sono molto meno.

“A questa strana dottrina, cioè a dire che nello stato di natura ognuno ha il potere esecutivo della legge di natura, non dubito che si obietterà ch’è irragionevole che vi sia un giudice nella propria causa, che l’amor proprio renderà gli uomini parziali verso se stessi e i propri amici, e che, d’altra parte, un’indole cattiva, le passioni e la vendetta li porteranno troppo oltre nel punire gli altri, e non ne seguirà se non confusione e disordine”.

Lo stato di natura non è così roseo come potrebbe sembrare a prima vista: si regge sulla ragionevolezza e sulla buona volontà che spesso difettano. I limiti umani nel seguire i dettami della ragione creano gravi inconvenienti, che convincono gli uomini a cambiare la loro condizione.

Nello stato di natura

  1. “manca una legge stabilita, fissa, conosciuta, la quale per comune consenso sia ammessa e riconosciuta come regola del diritto e del torto, e misura comune per decidere tutte le controversie; perché, sebbene la legge di natura sia evidente e intelligibile ad ogni creatura ragionevole, tuttavia gli uomini, in quanto sono influenzati dai loro interessi e la ignorano per mancanza di studio, tendono a non riconoscerla come una legge che li obblighi ad applicarla ai loro casi particolari”;
  2. “manca un giudice conosciuto e imparziale, con autorità di decidere tutte le divergenze in base alla legge stabilita”;
  3. “spesso manca un potere che appoggi e sostenga la sentenza allorché sia giusta, e le sia dovuta esecuzione”.

“E' così che gli uomini […] sono tosto spinti a entrare i società”.

Lo Stato è il rimedio necessario agli inconvenienti dello stato di natura.

“Ogniqualvolta un certo numero di uomini è riunito in una sola società, in tal modo che ciascuno rinuncia al suo potere esecutivo della legge di natura e lo rimette al pubblico, allora e allora soltanto v’è società politica e civile”.

Lo Stato nasce per amministrare la giustizia, per esercitare, al di sopra delle parti in causa e nel loro interesse, “il potere esecutivo della legge di natura”.

La legge di natura resta in vigore e gli uomini non rinunciano ai loro diritti naturali, ma solo a quello di farsi giustizia da sé. C’è una rinuncia limitata a un solo diritto, ma fatta da tutti, compreso il sovrano.

“La monarchia assoluta, che da alcuni è considerata come l’unico governo al mondo, è, in realtà, incompatibile con la società civile, e quindi non può per nulla essere una forma di governo civile”, scrive Locke in polemica con Hobbes, il teorico dell’assolutismo.

“Concedo facilmente che il governo sia il rimedio adatto agli inconvenienti dello stato di natura, che debbono certamente esser gravi quando gli uomini siano giudici nella propria causa, giacché è facile immaginare che chi è stato così ingiusto da recare offesa a suo fratello, non sarà così giusto da condannarsi per questo, ma pregherei coloro che muovono questa obiezione di ricordare che i monarchi assoluti non sono che uomini, e se il governo ha da essere il rimedio dei mali, che conseguono necessariamente al fatto che gli uomini siano giudici nella propria causa, ed è perciò che lo stato di natura non deve durare, vorrei sapere qual genere di governo sia, e quanto sia migliore dello stato di natura, quello in cui un uomo solo, che comanda una moltitudine, ha la libertà di esser giudice nella propria causa, e può fare a tutti i suoi sudditi tutto ciò che vuole, senza che alcuno abbia la menoma libertà di questionare o controllare coloro che ne eseguiscono la volontà, e, in tutto ciò che fa, o dettato dalla ragione o dall’errore o dalla passione, bisogna essergli sottomesso”.

Chiaro il riferimento polemico a Hobbes.

Si deve uscire dallo stato di natura, ma devono uscirne tutti, anche il sovrano.

Il sovrano assoluto, invece, non avendo fatto la stessa rinuncia di tutti i suoi sudditi al diritto naturale di farsi giustizia da sé, è rimasto nello stato di natura.

“Infatti, dal momento che si suppone ch’egli abbia in sé solo tutto il potere, tanto il legislativo che l’esecutivo, non si può trovare alcun giudice, né è possibile alcun appello che decida con equità e imparzialità, e con autorità , e dalla cui decisione si possa attendere soccorso o riparazione delle offese e dei danni eventualmente ricevuti dal principe o per suo ordine. Così un tale uomo, qualunque titolo abbia, o di zar, o di sultano, o come si vuole, è, rispetto a tutti coloro che sottostanno al suo dominio, in stato di natura, come lo è rispetto a tutti gli altri uomini”.

Per i suoi sudditi, però, la condizione è molto peggiore di quella che vivrebbero allo stato di natura: sono, infatti, esposti “a tutte le miserie e a tutti i danni che si possono temere da un uomo che, già trovandosi in un illimitato stato di natura, è per di più corrotto dall’adulazione e armato di potere. Che, se qualcuno pensa che il potere assoluto purifica il sangue degli uomini e corregge l’abiezione dell’umana natura, non ha che da leggere la storia di questa o di qualunque altra epoca per essere convinto del contrario. Colui che nelle foreste dell’America sarebbe stato insolente e oltraggioso, non sarebbe probabilmente gran che migliore sul trono, ove forse scoprirebbe la dottrina e la religione per giustificare tutto ciò che intende fare ai sudditi, e la spada ridurrebbe subito al silenzio tutti coloro che osassero protestare”.

Non ogni Stato è meglio dello stato di natura: quello in cui il sovrano mantiene, come prevede il contratto sociale di Hobbes, integro il suo diritto naturale, è, per Locke, peggiore del male cui dovrebbe porre rimedio.

“Molto meglio lo stato di natura, in cui gli uomini non sono costretti a sottomettersi all’ingiusta volontà di un altro, e colui che giudica, se giudica male nella causa propria o altrui, ne è responsabile davanti a tutti gli altri”.

Per Locke, teorizzare l’assolutismo monarchico come sola uscita dallo stato di natura equivale a “credere che gli uomini sono così pazzi da prendersi cura di evitare i danni che possono recar loro le faine e le volpi, ed esser contenti, anzi, trovare la salvezza nell’esser divorati dai leoni”.

Si tratta di inconvenienti che Hobbes non ignora né sottovaluta, ma, per lui il male di gran lunga peggiore e da evitare assolutamente è la guerra civile. Locke ha visto suo padre combattere l’assolutismo a fianco di Cromwell e lui stesso ha preso parte al movimento rivoluzionario che ha portato alla monarchia di Guglielmo d’Orange. Per lui la guerra civile non è il peggiore dei mali da evitare ad ogni costo. Per lui il peggiore dei mali è l’assolutismo.

Dallo stato di natura si deve uscire, ma per migliorare la condizione umana, cioè, per entrare nel regno di leggi positive in armonia con la legge naturale.

“E così chiunque detenga il potere legislativo o supremo d’una società politica, è tenuto a governare secondo leggi fisse stabilite, promulgate e note al popolo, e non secondo decreti estemporanei, con giudici imparziali e integri, che decidano le controversie secondo quelle leggi, e a impiegare la forza della comunità, all’interno, esclusivamente per l’esecuzione di tali leggi, e, all’esterno, per prevenire o reprimere le offese straniere, e garantire la comunità da incursioni e invasioni, e a dirigere tutto ciò a nessun altro fine che la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo”.

Lo stato di natura non sparisce del tutto con la nascita dello Stato.

Scrive Locke: “Coloro che hanno il potere supremo di far leggi in Inghilterra, Francia o Olanda, sono, per un indiano, come per tutto il resto del mondo, uomini senza autorità: e perciò, se non è in base alla legge di natura che ciascuno ha il potere di punire le infrazioni di essa, secondo quanto col buon senso si giudica che il caso richiede, non vedo come i magistrati di una comunità possano punire uno straniero d’un altro paese; poiché nei suoi riguardi, essi non possono avere potere maggiore di quello che ciascuno può avere naturalmente su un altro”.

Anche nelle realtà politiche più avanzate c’è ancora stato di natura. Lo stato di natura non è tutto alle nostre spalle, nel remoto passato. Anche nel presente ci sono, secondo Locke, residui di stato di natura.

“Si domanda spesso, come ad avanzare una grande obiezione: dove sono o mai vi furono uomini in questo stato di natura? Al che può bastare per ora rispondere che, poiché tutti i prìncipi e i magistrati di governi indipendenti per tutto il mondo sono in uno stato di natura, è chiaro che il mondo non fu mai né mai sarà privo di un certo numero di uomini in quello stato”.

Locke respinge la tesi di “coloro che dicono che non vi furono mai uomini in stato di natura”. Per lui è evidente “che tutti gli uomini si trovano naturalmente in questo stato e vi permangono sino a che per loro consenso non si facciano membri di una società politica”.

Lo Stato nasce con l’uscita dallo stato di natura. Per Locke il problema non è, però, tanto accertare se sia o no esistito lo stato di natura di tutti, quanto far sì che l’uscita da esso e l’ingresso nello Stato, nel mondo delle leggi positive, coinvolga tutti. L’uscita non completa dallo stato di natura è il vero problema per Locke: non basta stipulare un patto per uscire dallo stato di natura, bisogna fare attenzione che ci escano tutti, anche i sovrani creati dal patto.

Nel dar origine allo Stato, gli uomini rinunciano al solo diritto naturale di farsi giustizia da sé, ma conservano tutti gli altri diritti naturali. Si entra nello Stato per aver garantiti da un potere superiore, al di sopra delle parti in causa, quei diritti che nello stato di natura sono a rischio. E’ un passo avanti nella realizzazione dei propri diritti, non la rinuncia incondizionata ad essi in cambio della sola sicurezza. Non è il passaggio dallo stato di guerra di tutti contro tutti alla pace a qualsiasi costo, ma il passaggio da uno stato di libertà, di diritti, ma senza garanzia e sempre a rischio, ad uno stato in cui l’autorità posta in essere dal consenso generale garantisca i diritti naturali.

Il potere dello Stato, per svolgere bene il suo compito e non prestarsi ad abusi, non deve essere monolitico, indivisibile, come in Hobbes: deve articolarsi in tre poteri distinti ed esercitati separatamente.

Lo Stato articola il suo potere in legislativo, in esecutivo e i federativo.

Il potere legislativo è esercitato dal parlamento le cui leggi devono esser fatte nel rispetto della legge naturale. Il potere esecutivo, teso all’applicazione delle leggi fatte dal parlamento, è nelle mani del sovrano. È nelle mani del sovrano o di suoi rappresentanti anche il potere federativo, che riguarda i rapporti con gli altri Stati e consiste nel far rispettare i patti (foedera in latino).

Dei tre poteri, quello legislativo è il supremo, ma non deve essere esercitato da chi abbia anche il potere esecutivo e deve rispettare la legge naturale.

Locke distingue lo Stato, che è l’insieme dei tre poteri, dalla società civile, che è l’insieme dei cittadini, garantiti nei loro diritti naturali, in particolare la libertà di religione, di pensiero, di associazione politica e d’iniziativa economica, fondata sulla proprietà privata.