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Claude-Adrien Helvétius (1715-1771) concentra le sue attenzioni filosofiche sul problema etico ed educativo. Appartenente ad una élite intellettuale e beneficiario di un lucroso incarico pubblico, per amore della filosofia compromette la sua posizione sociale, sia favorendo il pensiero più avanzato dell'epoca e sia scrivendo testi che lo alienano dai favori della corte, dove gode di consistenti appoggi. Perduto l'incarico si ritira a vita privata studiando filosofia, componendo i suoi libri e animando un salotto intellettuale progressista che alla sua morte sarà mantenuto vivo dalla vedova. Helvétius ha rapporti con tutta l'intellighenzia francese dell'epoca ed è amico di numerosi altri illuministi.

 

I suoi punti di partenza culturali sono sia i grandi moralisti, come La Rochefoucauld e Montaigne, sia sociologi come Montesquieu, sia gnoseologi come Locke, sia scienziati come Newton. Egli però trae stimoli anche da intellettuali contemporanei come Voltaire e Buffon, ma è soprattutto al pensiero sensista di Condillac che guarda nel comporre il suo libro più importante, De l'Esprit, che egli però radicalizza in direzione prettamente materialista. Il concetto di spirito che Helvétius avanza non ha nulla a che fare col concetto tradizionale. Egli dà alla parola spirito il significato dimente, e in quanto a come si formano le idee, con evidenti ricordi del Saggio sull'intelletto umano di Locke, scrive: «Abbiamo in noi due facoltà …due potenze passive .. Una è la facoltà di ricevere le diverse impressioni prodotte dagli oggetti esterni: è la sensibilità fisica. L'altra è la facoltà di conservare le impressioni che questi oggetti ha fatto su di noi: è la memoria. La memoria non è altro che una sensazione continuata ma indebolita.»

 

Locke non aveva mai pensato di ridurre le idee alla pura sensazione, ma aveva evidenziato come le impressioni siano poi assoggettate ad una complessa elaborazione mentale. Helvétius semplifica all'estremo i processi mentali, facendone dei puri “meccanismi” mentali passivi. Il suospirito riceve e fissa le impressioni, come una macchina fotografica registra con l'obbiettivo una certa cosa e ne fissa l'immagine per riutilizzarla in seguito. Questo atteggiamento un poco semplicistico si spiega col fatto che Helvétius vuol dimostrare che il cervello umano è completamente plasmabile dall'educazione, e che per fare dei cittadini virtuosi basta educarli in modo opportuno.

 

 

Helvétius, poiché voleva la felicità dei cittadini, auspicava una società virtuosa dove però la virtù potesse esse “insegnata” Ma per teorizzare che l'insegnamento produce effetti prevedibili sulla mente umana (lo spirito) occorre che essa funzioni come un soggetto passivo, e non volitivo. Solo così, negando il libero arbitrio, è possibile pensare ad “educare a un fine pubblico e virtuoso” tutti i cittadini, con un'istruzione a completo carico dello Stato.

Helvétius enuncia quindi il principio per cui l'individualità va messa sempre al servizio della socialità, e soltanto ciò che è collettivo è virtuoso. Egli ne fa una questione di "interesse", perché ritiene questo il vero motore dell'agire umano, ma pensa che l'interesse del singolo non stia nel favorire se stesso, ma invece l'insieme sociale, in cui si deve riconoscere. L'assunto è chiaramente espresso in queste parole: «È necessario che all'onestà e nobiltà dell'anima si aggiungano le capacità illuminanti dell'intelligenza; chi mette insieme questi doni di natura segue la bussola della pubblica utilità. Questo è il fondamento di ogni legislazione e di ogni virtù. Il legislatore deve spingere il popolo ad accettare di sottomettersi alle sue leggi e fissare il principio che bisogna sacrificare i sentimenti individuali per guardare al sentimento dell'umanità intera.»

La prima considerazione che si deve fare è che anche Helvétius non abbandona il concetto di anima, ma lo traduce dallo spiritualismo e dall'idealismo al materialismo. L'uomo ha l'anima, ma, come già diceva La Mettrie, essa è fatta di materia. La seconda considerazione è che l'’accettazione della sottomissione allo Stato non è però secondo Helvétius qualcosa che può esser imposto con la forza, ma con una giusta educazione che deve plasmare opportunamente l'anima e l'intelligenza, considerati due aspetti complementari dello spirito materiale.

 

Tale filosofo ha tutto il mio sdegno in quanto il suo pensiero è stato fondante della società del controllo edella manipolazione