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  Heidegger desidera rinnovare la domanda "che cos'è l'essere" e secondo lui bisogna interrogare l'ente interrogante, cioè colui che pone la domanda: l'uomo. 
L'uomo non è un "che cosa" ma un "chi", un 'esistenza. 
Il mondo con cui ci confrontiamo non è la somma degli oggetti presenti in esso ma è il mondo delle cose a nostra disposizione di cui possiamo servirci: la nostra realtà è intenzionalità, la realtà delle cose è funzionalità (un pc per un indio dell'amazzonia non è nulla, perchè per lui non ha utilità nella sua vita). 
Il nostro essere-nel-mondo si caratterizza in quanto prendersi cura delle cose:la preoccupazione è il sentimento rivelatore della nostra struttura ontologica (cioè dell'essere) 
, ci fa prendere coscienza del nostro essere tesi verso qualcosa sempre di nuovo, della temporalità che vede il passato condizionare il presente, che a sua volta determina il futuroi. 
Poichè imprigiona l'uomo nelle preoccupazioni mondane, la "cura" diviene motivo dell'esistenza anonima: l'uomo diventa cosa fra le cose, e perde il senso autentico dell'esistenza; invece di essere un'io irripetibile, diventa una funzione interscambiabile (come un operaio in una fabbrica che avvita bulloni): scienza filosofia e religiono sono sintomi dell'esistenza anonima, tentativi di dissimularne l'infelicità. 

Contrapposta c'è l'esistenza autentica, raggiungibile solo tramite l'angoscia: non paura per un oggetto determinato (p.e. i ragni) ma l'angoscia di fronte al nulla; essa mostra all'uomo la finitezza del proprio essere. 
Noi infatti così ci rendiamo conto che essere-nel-mondo in realtà è essere-gettati-nel mondo, e quindi ne proviamo estraneità. La morte è la sola altra struttura esistenziale, la sola cosa certa: l'unica possibilià che prima o poi avverrà, e che renderà impossibili tutte le altre possibilità. 
La vita inautentica maschera la realtà della morte, invece bisogna vivere in funzione del nulla che ci minaccia, della mancanza di senso dell'esistenza.