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Il peccato “originale” dell’euro non pare trovare adeguata spiegazione in una delle teorie che oggi sembra andare molto di moda a seguito della crisi della moneta unica. Una disamina critica della teoria delle “aree valutarie ottimali” porta a concludere che i “criteri” da essa enunciati sono contraddittori ai fini di illustrare le criticità dell’euro, mentre le sue conclusioni di politica economica sono controproducenti economicamente e socialmente insostenibili. Ciò che rende stabile un’area valutaria è, in ultima analisi, lo Stato.

 

 

 

La teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO, in inglese “Optimum Currency Area”) sta vivendo una notorietà particolarmente elevata dallo scoppio della crisi dell’euro. Economisti di diverse estrazioni, e numerosi studi dei maggiori organismi internazionali, hanno individuato nell’eurozona un’“area valutaria pessima” e spiegato in questo modo la tendenza al collasso della moneta unica europea. Eppure, a ben vedere, la teoria delle AVO non sembra convincente circa le difficoltà dell’euro.

Nell’articolo che proponiamo  partiamo mostrando che la teoria si basa sui presupposti del paradigma teorico neoclassico: le preferenze del consumatore, la dotazione dei fattori produttivi, l’esistenza di un tasso “naturale” di interesse che equilibra investimenti e risparmi, la teoria quantitativa della moneta. Non sorprende quindi che le politiche che ne discendono siano in larga parte basate su una modifica delle condizioni dell’offerta: mobilità del fattore lavoro (cioè l’emigrazione dei disoccupati da una regione depressa) e del capitale, flessibilità salariale, maggiore concorrenza per indurre l’abbassamento dei costi.

Esaminando i “criteri” in base ai quali un’area valutaria può considerarsi ottimale, mostriamo che essi non sembrano dare una spiegazione convincente della crisi dell’euro. Rifacendoci alla letteratura, mainstream ed eterodossa, evidenziamo la contraddittorietà di tali criteri sia rispetto a quanto avvenuto nell’eurozona, sia in una situazione teorica. In particolare ci concentriamo sulla mobilità delle merci e dei capitali, che può produrre maggiori divergenze tra le regioni di un’area valutaria, e sulla mobilità del fattore lavoro, ritenuta dalla teoria AVO un elemento riequilibrante. Al contrario, mostriamo che il “rimedio” dell’emigrazione dei disoccupati da una regione in crisi verso le regioni più forti, non determina necessariamente un riequilibrio ma al contrario può esacerbare le divergenze pregresse.

La conclusione della nostra argomentazione è che l’unico “criterio” determinante per la stabilità di un’area valutaria è la presenza di uno Stato con un largo bilancio pubblico e una banca centrale prestatrice di ultima istanza e “garante” del debito pubblico (esattamente ciò che manca all’eurozona). Questo “criterio” determinante è stato diluito in un insieme di altri presupposti, in larga parte irrilevanti o persino contraddittori. Ne risulta che la teoria delle AVO, che si consideri la sua formulazione originaria o la sua evoluzione “endogena”, non appare in grado né di spiegare la crisi dell’euro né di indicarne la soluzione.