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La natura del sionismo

 E’ immaginabile che un italiano o un francese o un tedesco decida di ‘dimissionare’ dal popolo al quale appartiene? Una domanda strana questa e credo nessuno se la sia mai posta. O almeno non in questi termini. Noi non decidiamo in seno a quale popolo nasciamo e di solito cresciamo acquisendo naturalmente la lingua, la cultura, il modo di pensare e di sentire del popolo a cui apparteniamo. A scuola poi studiamo la storia della nostra nazione; di solito gli insegnanti cercano di farci appassionare ad essa, con incerti risultati. Talvolta però, noi giudichiamo la nostra storia, cioè il nostro passato. Può ben darsi che da adulti decidiamo di rigettare aspetti della storia del popolo a cui apparteniamo. E’ molto probabile, per esempio che un tedesco che abbia una forte sensibilità democratica, una buona cultura e una discreta intelligenza, venendo a conoscenza dei crimini del nazismo, decida di rigettare totalmente quel periodo sciagurato della storia della sua nazione. Lo stesso, verosimilmente, accade, nei confronti del fascismo ad un italiano che comprende di quali crimini si sia macchiato il nostro paese a causa di quella ideologia nazionalista, guerrafondaia e colonialista. Aver contribuito a scatenare la seconda guerra mondiale, essere intervenuti in Spagna in una guerra civile che non ci riguardava, aver voluto costruire un impero coloniale (tra l’altro quando i tempi erano maturi per la decolonizzazione e i popoli sottomessi già si apprestavano ad affossare gli imperi coloniali di Francia e Inghilterra), aver fatto ricorso ad armi chimiche proibite dalla convenzione di Ginevra contro gli etiopi e i somali, ecc., sono tutte cose di cui c’è poco da andar fieri. Qualche altra volta non è solo un breve periodo della nostra storia che noi rigettiamo. Talvolta sentiamo che un aspetto del nostro carattere nazionale non ci soddisfa, quasi ce ne vergogniamo; vorremmo non essere stati e non essere in un determinato modo. A più di un francese il senso tradizionale della « Grandeur » e il nazionalismo d’oltralpe può, a ragione, dare fastidio. Ad un italiano, il nostro eccessivo cinico particolarismo e il tradizionale menefreghismo possono risultare  insopportabili, come pure l’ipocrisia e il servilismo delle classi dirigenti verso le ‘autorità’ religiose. Immagino che un inglese colto, che conosca bene la letteratura del suo paese, debba sentirsi poco a suo agio quando considera che i più grandi scrittori del suo paese, da Chaucer a Shakespeare, da Thackeray a Dickens, da Kipling a Orwell abbiano potuto apertamente o velatamente esporre nelle loro opere atteggiamenti o idee antisemite e razziste. La stessa persona non credo possa andare fiera della storia dell’impero britannico. Un individuo non è certo responsabile del passato della sua nazione, tuttavia, questa considerazione (consolatoria) non può impedire di aver l’obbligo di assumerci, in casi simili a quelli menzionati, tutte le responsabilità della storia della nostra nazione e quindi prendere l’impegno che cose del genere non accadano più. Un individuo continua a sentirsi italiano, francese, tedesco o inglese, ben inteso, perché quel periodo incriminato della storia o quell’aspetto del carattere nazionale non è tutta la storia del suo paese, tutto il carattere nazionale. Ci sono stati periodi storici di cui non solo uno non deve vergognarsi ma addirittura deve andarne fiero; e così pure ci sono altri aspetti del carattere nazionale che uno sente come molto positivi e a cui tiene particolarmente. Non si pensa certo di « dimissionare » dal proprio popolo perché nella storia esso ha conosciuto talvolta il disonore o perché non piace un aspetto del carattere o del modo di essere del proprio popolo.

 

Perché allora l’ebreo Bertell Ollman vuole dare le dimissioni dal popolo ebraico?