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Quasi mezzo secolo ci separa dal giorno dell’assassinio su commissione di Patrice Lumumba, l’eroe della lotta per l’indipendenza del Congo dal Belgio, ma la sua figura é ben presente nella memoria di molti giovani Africani.

 

Ecco la sua ultima lettera, scritta a sua moglie dalla prigione :

 

Mia cara compagna,

Ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se saro’ ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto ad una vita onorevole, ad una dignità senza macchia, ad un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga ed i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti ed indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto.

Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità ed a macchiare la nostra indipendenza. Che altro potrei dire ?

Non é la mia persona che conta, é il Congo.

Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non é la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo la cui indipendenza é stata trasformata in una gabbia dove ci guardano dall’esterno, a volte con benevola compassione, a volte con gioia e piacere. Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni ed esterni, che si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro.

Non siamo soli. L’Africa, l’Asia ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco di milioni di Congolesi che abbandoneranno la lotta solo il giorno in cui non ci saranno più i colonizzatori ed i loro mercenari nel nostro paese. Ai miei figli, che lascio e forse non rivedro’ più, voglio che si dica che il futuro del Congo é bello e che aspetta da loro, come da ogni Congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’é libertà, senza giustizia non c’é dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi.

Né le brutalità, né le sevizie né le torture mi hanno mai spinto a domandare la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la mia fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del mio paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei sacri principi. La storia si pronuncerà un giorno, ma non sarà la storia che si insegnerà a Bruxelles, a Washington, a Parigi o alle Nazioni Unite, ma quella che si insegnerà nei paesi liberati dal colonialismo e dai suoi fantocci.

L’Africa scriverà la sua storia, una storia di gloria e di dignità a nord e a sud del Sahara. Non mi piangere, compagna mia. So che il mio paese, che soffre tanto, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.

 

Viva il Congo ! Viva l’Africa !

 

Patrice Lumumba

 

 

Il Congo, il Belgio, gli USA e la CIA

Lumumba fu assassinato il 17 gennaio 1961, meno di sette mesi dopo la dichiarazione d’indipendenza del Congo, di cui era Primo ministro. Come tanti altri leaders nazionalisti africani, doveva dirigere un paese le cui frontiere arbitrarie erano state tracciate nel XIX secolo dalle vecchie potenze coloniali per meglio dividere e conquistare l’Africa.

 

Per 80 anni il Belgio aveva sfruttato con inaudita brutalità la popolazione dell’immenso paese, riducendo i Congolesi a bestie da soma per le industrie minerarie (uranio, rame, oro, stagno, cobalto, diamanti, manganese, zinco) e le altre attività economiche proficue per la potenza coloniale.

 

Nelle intenzioni del Belgio, i suoi investimenti ed i suoi interessi finanziari dovevano essere salvaguardati e il passaggio dei poteri doveva essere soltanto virtuale, mentre il Movimento Nazionale Congolese diretto da Lumumba voleva un Congo unito aldilà delle differenze etniche e regionali.

 

Diceva Lumumba

« Abbiamo conosciuto il lavoro massacrante, estorto in cambio di salari che non ci permettevano né di mangiare abbastanza per allontanare la fame, né di vestirci né di avere case decenti né di allevare i nostri figli come esseri che ci sono cari. Abbiamo conosciuto le prese in giro, gli insulti, le botte che abbiamo sopportato mattina, mezzogiorno e sera perché siamo neri. Abbiamo visto confiscare le nostre terre in nome di leggi « legittime », che di fatto riconoscono solo le ragioni del più forte. Non dimenticheremo mai i massacri nei quali tanti di noi sono morti, le celle dove erano gettati quanti si rifiutavano di sottomettersi a un regime di oppressione e di sfruttamento ».

 

Il destino del grande leader fu deciso dal suo programma, che prevedeva anzitutto l’indipendenza economica, la giustizia sociale, l’autodeterminazione politica, l’ostilità nei confronti di un’organizzazione politica basata sulle divisioni tribali. Il suo appello alle Nazioni Unite cadde nel vuoto : l’ONU non mosse un dito per impedire il suo assassinio.

 

Nel 1965 il Congo divento’ lo Zaire, dopo il colpo di stato di Joseph Mobutu, uno degli assassini di Lumumba, che per 32 anni garanti’ all’alleato americano la base d’operazioni necessaria per i suoi interventi controrivoluzionari contro i movimenti di liberazione dell’Africa australe.

 

Il tardivo riconoscimento di responsabilità da parte del governo belga, 40 anni dopo i fatti, non é stato che un tentativo maldestro di mascherare le sue mire sulle risorse dell’ex colonia dopo la caduta di Mobutu, in concorrenza con il suo rivale economico statunitense.

 

Due governi, quello belga e quello americano, divisi sull’entità della rispettiva porzione della torta congolese ma uniti nella loro qualità di mandanti dell’assassinio : l’ordine veniva dal governo belga (il buon re Baldovino !) e dall’amministrazione Eisenhower : si servivano entrambi della CIA, il cui direttore, Allen Dulles, chiamava Lumumba « cane pazzo » e di sicari locali.

 

Una curiosità : uno dei giovani agenti della CIA dell’epoca, Frank Carlucci, ha fatto carriera. Consigliere per la sicurezza nazionale e segretario alla Difesa con Reagan, presiede oggi il gruppo Carlyle, onnipotente banca d’affari che ha fra i suoi amministratori George Bush senior.

 

Purtroppo, la concessione ufficiale della sovranità nazionale non ha significato, in nessun paese dell’Africa, la realizzazione delle aspirazioni democratiche delle masse africane. Persino nelle zone dove la fine del colonialismo é stata frutto di una lotta armata, l’indipendenza dello Stato é servita soltanto da copertura per il mantenimento dell’imperialismo sulle masse delle ex colonie, con la collaborazione di « élites » corrotte della borghesia nazionale, formate nelle università occidentali,  che utilizzavano ed utilizzano tuttora lo stato per arricchirsi a spese del progresso sociale.

 

46 anni dopo l’assassinio di Lumumba, la situazione del Congo conferma il carattere reazionario della sua borghesia nazionale ed il peso schiacciante dell’imperialismo. Mobutu fu rovesciato nel 1997, dopo che il suo regime, sommerso dai debiti, aveva cessato di essere utile a Washington. Il suo successore, Laurent Kabila, fu assassinato e sostituito da suo figlio Joseph, più accomodante con gli interessi finanziari occidentali. Milioni di Congolesi sono morti nella guerra civile che ha insanguinato il paese, in maggior parte donne e bambini vittime della fame e delle malattie. I regimi dei paesi vicini, Ruanda, Uganda e Zimbabwe, sono intervenuti per impadronirsi, sfruttandoli illegalmente, degli impianti minerari per arricchire i militari ed i loro amici in politica ed in affari.

 

Dall’Alto Volta al Burkina Faso

Tre mesi fa ricorreva un altro triste anniversario, quello dell’assassinio di Thomas Sankara, primo ministro, poi presidente del Burkina Faso dal 1983 al al 1987, quando venne assassinato, a 37 anni come Che Guevara, in seguito ad un colpo di Stato che ha portato al potere il suo « migliore » amico, Blaise Compaoré, tuttora presidente del Burkina.

 

Sotto la guida, breve ma intensa, di Sankara, il paese comincia con il liberarsi del suo nome coloniale, Alto Volta, per assumere quello di Burkina Faso (paese degli uomini integri), avviando il processo che, nella visione di Sankara, avrebbe dovuto portarlo ad una rivoluzione democratica e popolare.

 

« Il paese deve vivere delle sue risorse ed al livello dei suoi mezzi, sostiene Sankara, per chiudere il capitolo del dominio delle grandi potenze e favorire la partecipazione delle masse popolari al potere. »

 

Nel Burkina Faso, la vita media non supera i 40 anni. La grande campagna di vaccinazione voluta da Sankara fa crollare il tasso di mortalità infantile, allora il più alto dell’Africa, milioni di alberi vengono ripiantati per far arretrare il deserto del Sahel, le imposte sui prodotti agricoli vengono soppresse, vengono attuate una serie di misure per la liberazione della donna ed avviato un programma di costruzione di scuole e di ospedali.

 

« Finché ci saranno oppressione e sfruttamento, ci saranno sempre due giustizie e due democrazie: quella degli oppressori e quella degli oppressi, quella degli sfruttatori e quella degli sfruttati. Con la rivoluzione democratica e popolare, la giustizia sarà sempre quella degli oppressi contro la giustizia neocoloniale di ieri, che era quella degli oppressori e degli sfruttatori ».

« Esiste una vera rivoluzione sociale solo quando la donna é liberata. Che i miei occhi non vedano mai una società dove la metà della popolazione é mantenuta nel silenzio. Odo il frastuono di questo silenzio delle donne, presento il brotolio della loro burrasca, sento la furia della loro rivolta. Aspetto e spero l’irruzione feconda della rivoluzione di cui tradurrano la forza e la giustezza rigorosa uscite dal loro ventre di oppresse ».

« Bisogna proclamare che vi puo’ essere salvezza per i nostri popoli solo se voltiamo radicalmente le spalle a tutti i modelli che tutti i ciarlatani della stessa risma hanno cercato di venderci per 20 anni. Non vi é salvezza per noi al di fuori di questo rifiuto, al di fuori di questa rottura non vi é sviluppo. Occorre rianimare la fiducia del popolo in se stesso ricordandogli che é stato grande ieri e dunque puo’ esserlo oggi e domani. Fondare la speranza ».

« La più grande difficoltà é costitutita dallo spirito da neocolonizzati che esiste nel nostro paese. Siamo stati colonizzati da un paese, la Francia, che ci ha dato certe abitudini. Per noi, riuscire nella vita, essere felici, é cercare di vivere come in Francia, come il più ricco dei Francesi. E cosi’ le trasformazioni che vogliamo realizzare incontrano ostacoli, freni ».

« Lo spirito di libertà, di dignità, del contare sulle proprie forze, di indipendenza e di lotta antimperialista deve spirare da Nord a Sud, da Sud a Nord e varcare allegramente le frontiere. Tanto più che i popoli africani soffrono le stesse miserie, nutrono gli stessi sentimenti, sognano lo stesso domani migliore ».

 

Oggi, come ieri, la parte migliore dei giovani del Burkina Faso é costretta ad emigrare, confermando la storica vocazione del paese di fornitore regionale di mano d’opera a buon mercato. Il progetto di Thomas Sankara, volto a privilegiare l’agricoltura ed i contadini, la scelta di costruire un mercato interno di beni di consumo di massa accessibili, la volontà di soddisfare per i più i bisogni essenziali, quella di contribuire all’emancipazione della donna e di realizzare una gestione patriottica del pubblico denaro, rifiutando il ruolo subalterno imposto dal sistema mondiale, tutto questo si é scontrato e si scontra con le leggi non scritte del neocolonialismo.

 

Come diceva Mao tse tung, i dirigenti devono essere un passo avanti rispetto alle masse, mai due. Forse l’avanguardia rivoluzionaria africana ha peccato di soggettivismo, alcune tappe della rivoluzione sono state saltate, forse i desideri sono stati talvolta scambiati per la realtà. La politica delle alleanze tatticamente necessarie e l’analisi rigorosa dei rapporti di forza fra le classi non hanno sempre sostenuto, forse, l’azione.

 

Ma il grande progetto panafricanista non muore con Lumumba, non muore con Sankara, la loro lotta contro l’imperialismo non é stata inutile e le loro figure sono ben presenti nelle menti degli Africani di oggi, che a centinaia di migliaia invadono l’Europa, ingrassata dal sangue dei popoli dell’Africa, dell’Asia, dell’America e dell’Australia attraverso cinque secoli di colonialismo, di imperialismo e di neocolonialismo.

 

 

 

 

Il debito dell’Occidente

Cinque secoli che hanno significato il genocidio di popoli interi dell’America, dell’Africa, dell’Asia e dell’Australia e la loro sostituzione con altri popoli, strappati alla loro terra e deportati verso altri continenti.

 

Cinque secoli che hanno significato la distruzione delle economie, delle civiltà e delle società di tanta parte dell’Africa, dell’Asia, dell’America e dell’Australia, lo sradicamento delle loro culture e del loro patrimonio forestale per far spazio alle colture utili all’esportazione verso l’Europa.

 

Il debito contratto dalla « civiltà occidentale » é immenso. Decine di milioni di uomini, donne e bambini sono stati deportati. La metà moriva durante il viaggio verso le Americhe. Di quelli che sbarcavano, un’altra metà moriva uccisa dalle malattie contro le quali non aveva alcuna difesa e dalla « giustizia » dei coloni. (Negli Stati Uniti d’America, ancora agli inizi del ‘900, cittadini americani inviavano ad amici e parenti cartoline con in bella mostra la fotografia di neri impiccati, vittime di linciaggi, allora comunissimi).

 

La « preferenza nazionale » non é un’invenzione di Le Pen, ma la politica messa in atto dal suo paese nella fase veterocoloniale, in quella imperialista ed in quella neocoloniale, che dura tuttora, come l’ « immigrazione scelta », slogan ad effetto inventato dal suo degno compare Sarkozy, non é che una definizione « creativa » della tratta e della vendita di carne umana sui mercati degli schiavi ieri e delle « aste » che si svolgono al mattino presto in certe zone di Parigi e banlieue oggi per ingaggiare manodopera sottopagata e senza diritti.

 

Le « grandi democrazie occidentali » sono state in prima fila nella conquista coloniale, basti considerare che del territorio francese attuale fanno parte la Guyana o l’isola della Réunion, di quello inglese le isole Malvine (pardon, Falkland) o la rocca di Gibilterra, di quello spagnolo Ceuta e Melilla, che si trovano in … Africa e le isole Canarie.

 

Le « piccole » democrazie occidentali non sono state da meno : é sufficiente pensare all’immenso impero coloniale portoghese, a quello olandese ed allo sterminato Congo « belga ».

 

La democrazia occidentale per eccellenza, quella statunitense, fiera paladina dei diritti umani, ha perfino sostenuto che l’intero Continente americano é il suo « cortile di casa », estendendo progressivamente il concetto all’intero pianeta.

 

Addirittura, mentre i negrieri dei secoli dello schiavismo dovevano affrontare delle spese per la cattura della « merce » ed per il suo trasporto con relativi oneri accessori prima di intascare i loro sudati profitti, i negrieri attuali intascano gratis i lauti dividendi prodotti da settori interi di attività economiche che esistono e producono ricchezze nei paradisi della democrazia occidentale solo grazie al lavoro di decine di milioni di migranti « clandestini », che si sono pagati a caro prezzo anche il viaggio.

 

Gli ultimi arrivati al banchetto coloniale non sono stati da meno : chi vuole puo’ documentarsi, profittando utilmente degli studi di Angelo Del Boca, sull’espansione coloniale italiana in Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia, i cui orrori sono in tutto degni di quelli di cui si sono macchiati gli altri « commensali » europei.

 

E che dire dell’ultimo – si fa per dire – colonizzatore, Israele ? Le sue frontiere mobili da più di cinquant’anni – sempre per garantire la sua sicurezza, naturalmente – ricordano l’eroica « Nuova Frontiera » dei coloni americani. Agli elementi classici del colonialismo, gli Israeliani hanno apportato qualche integrazione : ad esempio, per procedere all’esecuzione, senza alcun processo, del sospetto « terrorista » si tira un missile su una casa, o una strada, o una scuola, o un mercato, sperando che fra tutti i morti ammazzati ci sia anche lui, o lei. L’aereo che sgancia il missile si chiama drone, e il suo « pilota » é comodamente seduto ai comandi a … 70 km di distanza. L’idea é piaciuta : aerei americani hanno bombardato in questi giorni un territorio somalo abitato da nomadi per uccidere i presunti responsabili di due attentati di dieci anni fa : lo stesso governo USA ha ammesso che l’operazione é fallita, mentre fonti somale comunicano che i bombardamenti sono costati la vita ad oltre cento persone ! Un successo !

 

Il filo rosso della resistenza

Eppure, fin dall’inizio di questo immane macello, gli Africani si sono ribellati, hanno combattuto per la loro libertà. Vi sono state, negli immensi territori colonizzati, spopolati con il genocidio delle popolazioni autoctone e ripopolati con la tratta degli schiavi africani, esperienze di rivolte vittoriose, di creazione di stati con una loro economia, loro istituzioni e governi.

 

Naturalmente, dato che, come dice Marx, la storia é quella delle classi dominanti, non é facile trovare la traccia di questa gigantesca battaglia, che ha inizio nel XVI secolo ed é tuttora in corso. Eppure alcuni di questi stati sono riusciti a sussistere, ad esempio sull’immenso territorio del Brasile, anche un secolo !

 

Per un Toussaint Louverture che é passato alla storia nota, sia pure morendo in un’oscura prigione francese, ve ne sono stati tanti altri che la storia ufficiale ha cancellato. Ma nascondere la verità é altrettanto difficile quanto dirla, diceva Che Guevara e, sia pure a prezzo di grandissimi sforzi, la verità finisce per emergere.

 

I migranti

I migranti africani che rischiano la vita per il diritto di vivere e di lavorare, attraversando il mare ed il deserto mentre i nuovi negrieri fanno ancora una volta man bassa delle loro risorse vendendo loro a caro prezzo la speranza di un avvenire migliore sono i figli e i nipoti dei Lumumba e dei Sankara.

 

Il loro contributo al nuovo movimento operaio che sta muovendo i primi, difficili passi in Europa é fondamentale : le strade delle grandi città europee cominciano ad abituarsi alle loro manifestazioni ed i loro abitanti a riconoscersi nelle loro rivendicazioni, i sindacati vengono arricchiti dall’apporto di nuove culture e di nuove sensibilità, oltre che di nuovi aderenti, le esangui quanto opulente società europee vengono rivitalizzate da questi lavoratori, che rappresentano l’avvenire comune.

 

E per questi giovani l’esempio di Sankara, di Lumumba, di N’Krumah, di Mandela e di tanti altri ed altre, meno noti ma altrettanto importanti, costituisce un patrimonio inestimabile ed una solida base per costruire un progetto politico in grado di far fronte alle sfide attuali.

 

Una grande alleanza fra la nuova sinistra europea, i movimenti emergenti in America latina, dove i discendenti dei sopravvissuti al genocidio insieme a quelli dei deportati africani si battono con intelligenza e grande coraggio per scrollarsi di dosso il tallone di ferro statunitense ed il nuovo movimento sindacale di cui i migranti sono tanta parte é in corso di costituzione per dare realizzazione a quella parte essenziale del pensiero di Marx che va sotto il nome di internazionalismo proletario.

 

In un mondo ormai globalizzato la lotta delle classi oppresse dei paesi occidentali si salda naturalmente con quella delle masse oppresse dei paesi dove vengono delocalizzati gli impianti industriali, la polluzione ed i rifiuti co-prodotti e con quelle dei migranti, cavie utilizzate per sperimentare i trattamenti futuri riservati ai locali.

 

L’umanità ha forse dimenticato : tutti i popoli della Terra sono emigrati, tanto tempo fa ed hanno popolato il pianeta partendo dall’Africa, il primo continente abitato della storia.