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Le peculiarità del modello italiano

Per combattere questi nemici occorre avviare una grande stagione di riforme istituzionali la cui ambizione, però, sia dichiaratamente quella di potenziare il modello italiano, e non di soppiantarlo. Il che significa:

1. alleggerire l’invadenza dello Stato non per privatizzare, nè per una semplice socializzazione con delega ad associazione private ong, cooperative legate ai gruppi di potere (che poi inevitabilmente vanno ad occupare con interessi privati spazi, funzioni e risorse pubbliche) ma NUOVE GOVENRANCE appunto, organismi pubblico/privati in cui molte componenti del territorio, produttive, commerciali, professionali e sociali con rappresentanze elettive siano chiamate a governare nuovi organismi che sostituiscano l’Ente Pubblico nelle funzioni di offerta di diversi servizi, (e non si intende solo servizi sanitari);

2. Portare a compimento una vera autonomia per gli ambiti territoriali locali I COMUNI e per le aggregazioni territoriali omogenee più ampie (aggregazioni di comuni, asl, comunità montane, province) costituendo una nuova opportunità per i SINGOLI TERRITORI di definirsi, individuarsi, evidenziare le loro caratteristiche in modo da poter poi produrre le loro ORIGINALITA’ e SPECIALITA’

3. Realizzare nuove forme di rappresentanza senza delega (anche annuale o biennale) e partecipazione Politica democratica e anche nella gestione

partecipata degli uffici amministrativi, per i suddetti ambiti territoriali locali, (cioè i dirigenti della pubblica amministrazione, eletti senza remunerazione (con piccoli gettoni di presenza) quasi facessero un servizio militare .

4. Impostare in tali ambiti l’autonomia FINANZIARIA di tali territori con la capacità di gestione della MONETA Complementare LOCALE

5. creare strumenti e processi utili per accompagnare i nostri territori all’interno delle reti, dei flussi, dei mondi globali all’interno di un discorso di bisogni reali locali di portare al meglio le propria ottimizzazione con gradualità e moderazione governando rispetto ai propri bisogni i flussi;

6. investire nella crescita delle persone, che sono la nostra prima ricchezza, e in quelle infrastrutture tecniche di sistema senza le quali il Paese non può vivere.

Serenamente, ma anche orgogliosamente convinti che l’Italia ha nel suo DNA qualcosa che solo da qui, da questa terra, da questa tradizione può essere detto. È ripartendo da qui che diventa possibile, per l’Italia, tornare a portare un contributo originale, unico e anche opportuno in questo momento di una crisi che, ancor prima che economica, è spirituale, fatta di misconoscimento

 

 

Come sempre accade in questi casi, la crisi che stiamo attraversando, tanto densa di rischi e pericoli, custodisce anche molte opportunità. Per controbilanciare gli squilibri sociali ed economici con i quali ci dobbiamo oggi confrontare, ciò che ci serve è un pensiero democratico ed economico maggiormente consapevole dei nuovi termini che lo sviluppo porta con sé.

A questo proposito, è particolarmente indicata la concezione sussidiaria della vita sociale, la quale mira a stimolare e sostenere la cittadinanza attiva, in modo da spostare la transizione individuo-istituzione verso forme di responsabilità consapevole.

Per una sussidiarietà che non sia appunto solo sociale e che NON investa SOLO il sistema dei rapporti e di gestione del potere ma che investa tutti i rapporti che DEVONO NECESSARIAMENTE ESSERE GOVERNATI DAL BASSO E SOLO CONTROLLATI DALL’ALTO e che devono appunto investire tutti gli ambiti politici, ambientali, monetari, economici e sociali .

Dove pertanto Sul piano strettamente istituzionale, ciò comporta la messa in relazione del livello statuale di governo con quelli inferiori e quelli superiori, in una logica che chiamare federalista è insufficiente, dato che il problema è duplice: la conservazione anzi la dilatazione di spazi di governo e di partecipazione locali, vicini alla vita delle persone e delle comunità, ma anche, e contemporaneamente, e pertanto nuove modalità di rapporto tra la democrazia ed Istituzioni, democrazia e sistema tecnico economico globalizzato.

 

In questo quadro, [particolare importanza va data alla] sarebbe ben poca cosa la trasformazione solo del terzo settore che, con la crisi fiscale dello Stato, ha ormai raggiunto la maturità del ciclo di sviluppo cominciato nella seconda metà degli anni Ottanta. Per questa ragione, il principio di sussidiarietà va associato alla nozione di poliarchia che traggo da Roald Dahl. Secondo l’autore americano, quanto più la società diventa complessa e articolata, tanto più è necessario moltiplicare i luoghi e le forme di decisione e di partecipazione, superando il modello univoco associato col parlamentarismo classico. E ciò per due motivi.

1. Il primo è che, in questo modo, si può raggiungere, a certe condizioni, una efficienza addirittura superiore. Un sistema decentrato di decisione ha la capacità di essere più puntuale ed efficace di un sistema organizzato attorno a un unico centro.

2. Il secondo motivo è che, per questa via, si corrisponde meglio alla crescente domanda e capacità di partecipazione che lo sviluppo sociale porta con sé. Dahl pensa la società come un insieme differenziato di luoghi istituzionali, in cui il potere viene frammentato e articolato per livelli che possono essere territoriali e/o funzionali.

Pur mantenendo una indeterminatezza, che ne indebolisce la capacità di presa effettiva sulla realtà, questo tipo di visione è molto interessante per il contesto contemporaneo, in cui il ruolo degli Stati nazionali – che pure rimangono attori di primaria importanza – va messo sempre più in relazione a un quadro articolato della sovranità su scala spaziale e funzionale locale.

Va da sé che una tale prospettiva istituzionale comporta, nei suoi risvolti più profondi, la capacità della democrazia contemporanea di andare oltre (e di integrare) la sua venatura anti-edipica, che è una delle eredità della crisi del modello societario avvenuta alla fine degli anni Sessanta.

A partire da qui si può tentare di ritrovare il filo conduttore per rifondare la legittimità delle istituzioni democratiche e di mercato nel nostro Paese.

Si tratta di provare a dar forma e senso (non solo) a nuove paternità simbolico istituzionali, non più pensate come deposito indiscusso e centralizzato di autorità-potere, ma (da parte dei singoli cittadini di arrivare a mature assunzione di responsabilità di autogoverno di Edipi ormai divenuti adulti) come condizione della libertà e come infrastruttura per nuove forme plurali di alleanza. E questo perché, nelle democrazie dispiegate, nessuno può pensare di chiedere qualcosa ad altri – o allo Stato – senza domandarsi il contributo che egli stesso può apportare al destino comune. Contrariamente a quello che oggi tendiamo a pensare, la democrazia è un regime di libertà in cui gli altri non sono mere comparse che fanno da sfondo al nostro protagonismo, ma concittadini con i quali, capitando di condividere uno spazio e un tempo, si intrattiene gran parte della nostra esistenza e grazie ai quali la nostra stessa libertà prende forma. A qualche decennio dalla loro affermazione storica, la domanda che, nelle democrazie avanzate, è lecito porsi può essere così formulata: “La libertà dei liberi a cosa serve? La lunga marcia della libertà ci ha liberati per che cosa?”.

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Una sfida affascinante, un’occasione imperdibile

 

La sfida è tanto impegnativa quanto affascinante: trovare vie d’uscita dalla crisi significa lavorare per ripristinare un’etica della responsabilità, assai indebolita dal diritto al godimento, a partire dal riconoscimento della necessità di porre limiti alla nostra (pre)potenza. Il capitalismo finanziarizzato ha testardamente rimosso la questione. Ora, la sua crisi rende non più rinviabile il tema di una nuova ecologia delle relazioni e delle forme istituzionali.

Per l’Italia, si tratta di una occasione imperdibile per avviare una grande stagione di innovazione istituzionale, a partire da un nuovo investimento sui beni di comunità che fanno parte del DNA più profondo del nostro Paese. Beni di comunità intesi come nuove forme di governance partecipata a base territoriale, che non solo costituiscano una terza via tra statalismo e mercatismo, ma che anche aprano spazi concreti e realistici di esercizio concreto di corresponsabilità democratica intesa anche come ritorno della democrazia nelle organizzazione politiche, economiche, sindacali e sociali sia come partecipazione delle associazioni stesse ad organismi locali pubblico privati fornitura di servizi e di governo. Seguendo questa linea, l’innovazione istituzionale, soprattutto ma non solo in tema di welfare, potrebbe aiutare a sfuggire alla morsa tra lo stringente vincolo finanziario e la mera rivendicazione di diritti, che si scaricano poi sul bilancio pubblico.

La sfida che abbiamo davanti riguarda, dunque, il governo e la produzione dei beni di comunità, intesi come punti di mediazione tra partecipazione, bisogno, realizzazione di sé.

Da questo punto di vista, la crisi finanziaria potrebbe costituire l’occasione per l’avvio di una nuova stagione per il nostro Paese, alimentata da ambiziosi programmi di riforma tesi a stimolare e rafforzare le straordinarie risorse sociali ed economiche presenti, ma che ancora oggi si sentono abbandonate, se non addirittura assediate. Le difficoltà non possono essere sottovalutate. Ma sarebbe già importantissimo riuscire a individuare una strada per contrastare quel senso di demoralizzazione che attraversa la società italiana. Una strada che comporta un compito primario: riconciliare il Paese con se stesso che significa mettere le realtà locali, le loro enormi risorse patrimoniali, professionali monetarie e le mille peculiarità al centro di un progetto di partecipazione, di sviluppo e di realizzazione, permettendo alle realtà locali i salvare il paese. Solo da questa riconciliazione, infatti, l’Italia può ritrovare quelle