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La radice antropologica

In questo modello, la generalizzazione viene dunque bottom-up, dal basso e dall’esperienza verso l’alto, a partire dal rapporto storico con la pluralità e l’alterità, nella prospettiva di un umanesimo integrale trascendente: che non è un ossimoro, ma la declinazione antropologica di un monismo che rifiuta sia le contrapposizioni che i riduzionismi. È in questa radice, più che nell’universalismo astratto delle procedure che ha paura di legarsi a dei contenuti per timore di perdere in autonomia, che la valorizzazione della nostra identità può trovare alimento, neutralizzando nel contempo le derive particolaristiche che sempre stanno in agguato.

La “sapienza dei luoghi” (il genius loci) e la sapienza delle pratiche, si muovono in questa direzione. La testimonianza, la forza dell’esempio anche.

In tutti questi casi, per usare un linguaggio simmeliano, c’è una “forza” universale e universalizzante (una verità, una tradizione, una tensione etica) che può esistere e continuamente rigenerare il presente, solo se si incarna in una forma che, consapevole del proprio limite, è però l’unico modo di far esistere l’universale. Nella serena consapevolezza che, senza questa tensione, l’universale resta astratto, dogmatico, violento e il particolare resta chiuso, rattrappito, difensivo e ottuso.

L’Italia è ricchissima di esempi di questa universalità incarnata. Nell’arte, nell’urbanistica, ma anche nella qualità di certe forme di vita e nella sua straordinaria tradizione artigiana, fino alle tradizioni culinarie, spesso sviluppate a partire da situazioni di penuria, ma capaci di realizzare qualcosa di valore. Anzi, una delle caratteristiche del genio italico è proprio la capacità di rovesciare il limite in una risorsa, lo scacco in uno stimolo, attingendo da forze che eccedono la situazione, per superarne i limiti in modo generativo. Sarebbe tuttavia sbagliato dimenticare il tormentato rapporto di questa tradizione con i valori della modernità.

Proprio in tale difficile rapporto si annida infatti la ragione profonda delle patologie a cui il modello

italiano rimane esposto, patologie che così spesso costituiscono la causa delle resistenze al cambiamento e all’innovazione che si ritrovano nella nostra storia: il familismo amorale, che fa prevalere la relazione sulla competenza; il localismo regressivo, che si illude di potersi isolare dal mondo; il corporativismo risorgente, che finisce per ipostatizzare il gruppo a danno dell’individuo e della collettività, fino ad arrivare alla mafiosità, che non riconosce il valore dell’istituzione. Eppure, in un’epoca di grande travaglio storico come quella nella quale stiamo vivendo,

tale modello – sepolto sotto le macerie di un sistema politico completamente autoreferenziale – continua a manifestare una straordinaria vitalità. I soggetti che lo costituiscono – famiglie, associazioni, piccole imprese, territori – sono le ali che continuano a far volare il calabrone Italia. Non solo perché l’Italia trova, nel solco della sua tradizione, una via diversa alla modernità. Ma anche perché proprio nel

suo modello – quando riesce a funzionare – essa custodisce preziosi antidoti alle patologie di cui la stessa modernità conclamata soffre: individualizzazione radicale, materialismo monetario, razionalismo economico e tecnicismo estremo, .

In tutti i casi, la storia ci insegna che la consapevolezza della propria originalità non basta. Lasciati soli, questi mondi sono infatti destinati a deperire di fronte alla potenze che si sprigionano nell’epoca della globalizzazione. Ecco perché lo sforzo deve essere quello di trovare le vie per rieditare questa nostra specificità, in modi adeguati ai tempi e alle sue sfide. Adeguati, cioè agli standard del mondo globalizzato. Il che significa combattere i grandi nemici che minacciano oggi il modello italiano:

(o essere in grado, attraverso istituzioni adeguate, di integrare le caratteristiche negative trasformandole in peculiarità e risorse)

1. un individualismo così radicale da minarne le basi di socialità;

2. uno statalismo (e regionalismo) centralistico pervasivo che ne soffoca ogni vivacità (in una logica centralistica appunto che in nome dell’efficienza, del risparmio e della riduzione di illegalità e sprechi rende poi tutti i sistemi costosissimi ed insostenibili).

3. Un Centralismo Europeo fatto di distruzione degli stati, di eliminazione delle identità e particolarità territoriali, locali, culturali, etniche, produttive, spirituali ed umane che sono l’essenza dell’essere Europa,

4. Un ottuso globalismo che dall’alto e da lontano pretende di governare i destini e la vita di tutti gli uomini e del mondo, ma che fin’ora ha solo portato spostamenti di produzione, distruzione delle imprese produttive occidentali e destablizzazione del credito e del sistema finanziario mondiale, precarizzazione del lavoro, destabilizzazione dei saperi e della trasmissione delle competenze, chiusura di prospettive future per giovani e per le nazioni.