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La profondità della crisi nella quale l’Italia versa da alcuni anni è conseguenza della marginalità del nostro Paese rispetto alla fase storica iniziata con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, e terminata con la crisi finanziaria del 2008. Ora, questa marginalità perde i suoi equilibri nel momento in cui scoppia la crisi economica – che determina un cambio di paradigma storico – crisi ulteriormente aggravata dalla questione dell’euro in assenza di una Europa senza unità politica.

Se considerata da questo punto di vista, si dovrà riconoscere che la cosiddetta “seconda repubblica” è stata un fallimento. Sorta per risolvere i problemi della corruzione, dell’inefficienza, della partitocrazia, questa nuova fase politico-istituzionale del nostro Paese non ha prodotto i risultati attesi.

Guardando la campagna elettorale appena conclusa colpisce che, contrariamente a quanto accade altrove, le proposte dei vari leader non facessero esplicito riferimento alla storia e all’identità nazionali. I programmi elettorali dei partiti erano esercitazioni più o meno riuscite su quello che si dovrebbe fare, a prescindere dal Paese, dalla sua tempra, dalla sua vocazione. Non si tratta di una novità, fin dalla nascita dello Stato unitario, nel loro rapporto col l’Italia, le classi politiche hanno oscillato tra due polarità: da un lato, un soffuso ma ben radicato disprezzo per un Paese fondamentalmente visto come irrimediabilmente arretrato e antimoderno; dall’altro, una generica benevolenza verso il carattere degli italiani e le loro debolezze. Due atteggiamenti che sovente hanno trovato insospettabili coincidenze tra le componenti laiche e quelle cattoliche presenti nel sistema politico.

Eppure, agli occhi di uno straniero, l’Italia appare immediatamente un Paese unico. In primo luogo, per l’incredibile densità del suo territorio, dove ogni cittadina ha una sua storia, una sua conformazione, un suo orgoglio, una sua bellezza. Come sappiamo bene, il nostro essere “italiani” rimane fondamentalmente mediato dalla terra nella quale siamo nati, terra che ospita una curvatura originale dell’umano.

In secondo luogo, per quel particolare modo di vivere, capace di gettare un ponte tra l’efficienza della modernità e il calore della tradizione. Una qualità della vita fatta di dettagli, relazioni, gusto, insomma di quei tanti beni immateriali e relazionali di cui altrove si sente la mancanza.

Ciò nonostante, noi italiani non riusciamo a capire e forse nemmeno ad amare la nostra originalità. E per questo, un po’ provincialisticamente, continuiamo a tentare di copiare il modello francese o quello tedesco con una classe dirigente che continua a chiedere alle UE cosa dobbiamo fare, mentre propone ai cittadini Più

EUROPA quasi fosse un prodotto alimentare di largo consumo :

ma quando ci decideremo a capire e scommettere sul “modello italiano”?