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La terra è un sistema chiuso, le risorse sono limitate, gli attuali ritmi di sviluppo dell'umanità stanno rapidamente distruggendo il capitale naturale e, se non verrà invertita la rotta, l'esito inevitabile sarà il collasso. Chi vuole comunicare un messaggio come questo ha diverse frecce al suo arco. Per trasmettere l'essenza del concetto basta affidarsi al senso comune. Per ottenere attenzione basta fare leva sull'importanza dell'argomento, sottolineando la gravità delle conseguenze. Se invece l'obiettivo è più ambizioso, se si vuole dare vita a un confronto aperto e democratico, se si vuole prospettare la costruzione partecipata di un'alternativa, bisogna fornire strumenti di comprensione della realtà più raffinati, precisi e rigorosi.

Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta il Club di Roma scelse di battere proprio quest'ultima pista e il risultato fu la pubblicazione nel 1972 del report intitolato The Limits to Growth. Con 12 milioni di copie vendute in trenta diverse traduzioni si trattò del più grande successo editoriale di sempre nella letteratura sull'ambiente e l'ecologia.

Il Club di Roma si riunì per la prima volta nell'aprile del 1968 nell'Accademia dei Lincei a Roma (Meadows et al., 1972: 9). Era un'organizzazione informale, costituita da una trentina di persone tra scienziati, economisti, umanisti, industriali, provenienti da dieci paesi diversi. L'incontro fu sollecitato e organizzato da Aurelio Peccei, imprenditore e manager di FIAT e Olivetti, per avviare una riflessione sui principali problemi che affliggono l'umanità su scala globale. L'obiettivo era portare all'attenzione pubblica una nuova comprensione delle interazioni tra le varie componenti in gioco.

Nell'ambito di questo progetto, denominato Project on the Predicament of Mankind (letteralmente, Progetto sulla situazione difficile dell'umanità), il Club di Roma decise di finanziare le ricerche di un gruppo di scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Questi elaborarono un modello computerizzato per prevedere le conseguenze ambientali ed economiche della crescita incontrollata della popolazione e della produzione industriale. Il risultato di questi studi, commissionati dal Club di Roma e condotti da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III, è esposto nelle pagine di The Limits to Growth. A Report for THE Club of Rome's Project on the Predicament of Mankind.

II. IL MODELLO WORLD3

Il carattere distintivo del report è l'impiego dei grafici come mezzo comunicativo d'elezione per coniugare l'istanza di rigore con quella di accessibilità e leggibilità delle informazioni fornite. I grafici riportano i risultati delle simulazioni al computer ottenuti tramite il modello World3. Ma cos'è un modello?

Un modello è una struttura idealizzata che viene usata per rappresentare il mondo attraverso una relazione tra il modello e il sistema bersaglio del mondo reale (Godfrey-Smith, 2006: 725-6). L'idealizzazione consiste nel fatto che, nel costruire un modello, si prendono in considerazione soltanto le variabili che si ritengono importanti per descrivere il comportamento del sistema che si è interessati a comprendere. Lo scopo è quello di permettere di descrivere il funzionamento di un sistema complesso del mondo reale attraverso la costruzione di un sistema ipotetico più semplice, ma simile al primo per gli aspetti che si ritengono rilevanti. Si tratta del procedimento che ciascuno segue, seppure inconsciamente e soltanto a livello mentale, quando deve prendere una decisione.

World3 è un modello formale, matematico. Ciò significa che ogni assunzione del modello è formalizzata nel linguaggio della matematica ed è quindi aperta all'analisi e alla critica da parte di chiunque maneggi quel linguaggio. Inoltre, una volta stabilite le assunzioni di partenza, i calcoli che portano all'output del sistema possono essere svolti da un computer. Ciò significa che, se le assunzioni catturano in maniera adeguata lo stato attuale e le relazioni di causa-effetto di un sistema, un computer sarà in grado di rivelarci in maniera altrettanto adeguata anche gli stati futuri e l'evoluzione nel tempo di quel sistema.

La struttura matematica di Wordl3 non è esposta in The Limits to Growth. L'obiettivo del rapporto è quello di riportare i risultati ottenuti attraverso quel modello e di farlo nel modo più chiaro e meno tecnico possibile.

III. CRESCITA ESPONENZIALE E POSITIVE FEEDBACK LOOP

Gli autori del report si proponevano di fare luce su cinque principali tendenze potenzialmente catastrofiche del sistema mondo: l'aumento dell'industrializzazione, la crescita della popolazione, la diffusione della malnutrizione, l'esaurimento delle risorse non rinnovabili (depletion), il deterioramento dell'ambiente. Da cosa dipendevano questi trend? Da quali interrelazioni erano legati? Quali sarebbero state le loro implicazioni future?

Ognuna di queste cinque quantità è caratterizzata da una crescita di tipo esponenziale, imputabile a un meccanismo di retroazione positiva continua (positive feedback loop), in altre parole un circolo vizioso. Il meccanismo è quello di una catena di causa-effetto chiusa su se stessa, così che ogni incremento di una qualsiasi delle grandezze coinvolte determina, attraverso un processo a spirale, un ulteriore incremento di quella grandezza (Meadows et al., 1972: 31).

Un meccanismo del genere è all'origine dell'attuale crescita esponenziale della popolazione mondiale e della produzione industriale. Se la fertilità rimane costante, più cresce la popolazione più aumenta il numero di nuovi nati ogni anno e ciò a sua volta significa un ulteriore aumento della popolazione. Le fluttuazioni nella crescita della popolazione sono sottoposte anche a un meccanismo opposto, negative feedback loop, in base al quale, dato un tasso di mortalità costante, maggiore è la popolazione più alto è il numero di morti ogni anno. Questo feedback negativo non è però in grado di contrastare l'effetto di quello positivo, perché il tasso di mortalità è molto inferiore a quello di natalità.

Anche la crescita esponenziale della produzione industriale è dovuta alla dominanza di un feedback looppositivo su uno negativo. Il tasso di crescita del capitale investito per aumentare la produzione è maggiore rispetto al tasso di svalutazione per usura di quello stesso capitale. Così è possibile investire una quota sempre maggiore di capitale, il che porta a un ulteriore incremento nella produzione, che garantisce a sua volta maggiore disponibilità di capitale da immettere di nuovo nel ciclo produttivo.

La sostenibilità o meno di tali ritmi di crescita di popolazione e produzione industriale dipende dal comportamento delle altre tre grandezze in gioco: cibo, risorse non rinnovabili, inquinamento. Ciascuno di questi fattori fisici pone dei limiti e impone dei compromessi. Limiti e compromessi che finora la società moderna si è rifiutata di prendere in considerazione, guidata dall'ideale di una crescita continua e incontrollata.

Il limite più evidente in relazione al cibo è dovuto alla disponibilità di terra coltivabile. Pur assumendo ottimisticamente lo sfruttamento di tutta la terra disponibile, la simulazione al computer rivela che, dati l'attuale consumo e tasso di crescita della popolazione, si andrebbe comunque incontro all'esaurimento delle scorte disponibili.

Guidato dall'aumento a spirale della popolazione e del capitale industriale, l'utilizzo di risorse non rinnovabili cresce a sua volta in maniera esponenziale. Secondo gli autori del report, se il tasso di utilizzo delle risorse e l'aumento di questo tasso nel corso del tempo rimanessero gli stessi, nel giro di 100 anni si andrebbe incontro a un notevole aumento dei costi delle risorse non rinnovabili.

Per quanto riguarda l'inquinamento è difficile conoscere con esattezza quali sono i limiti di assorbimento del pianeta, ma i dati a disposizione riferiscono anche in questo caso di una crescita esponenziale, influenzata di nuovo sia dal feedback loop positivo della popolazione sia da quello della produzione industriale. A ciò si deve aggiungere che il fenomeno dell'inquinamento è caratterizzato da un effetto ritardo, in base al quale gli effetti negativi su un ecosistema non sono immediatamente visibili al momento del rilascio della sostanza inquinante, ma si manifestano dopo un certo lasso di tempo. Il problema è che, una volta manifestatisi, è necessario aspettare un arco di tempo altrettanto lungo prima che le contromisure adottate determinino una riduzione degli effetti dannosi dell'inquinante.

IV. TECNOLOGIA VS. LIMITI ALLA CRESCITA

Questi cinque fattori, come anticipato, interagiscono tra loro in modo complesso. Il modello sviluppato dagli scienziati del MIT si propone di catturare la struttura causale complessa che determina le reciproche interazioni. Ciò permette di ottenere delle simulazioni del comportamento del sistema mondo e di comprendere in che modo il cambiamento in una sola di queste variabili può produrre un effetto sull'andamento di tutte le altre. L'obiettivo non è ottenere predizioni precise e dettagliate, ma descrivere i trend fondamentali di cambiamento delle variabili nel corso del tempo. Ciò che interessa è conoscere il comportamento generale del sistema date determinate condizioni (Meadows et al., 1972: 91-4).

In tal modo, pur non rivelando con esattezza i tempi, il modello ci permette di prevedere che, se non si verificheranno cambiamenti nei trend di crescita di popolazione e capitale industriale, l'umanità andrà incontro al collasso a causa dell'esaurimento delle risorse non rinnovabili (depletion) entro il 2100. Pur assumendo ottimisticamente una quantità raddoppiata di risorse, il collasso sarebbe ugualmente inevitabile. In questo caso a determinarlo sarebbe però l'aumento nei livelli di inquinamento, causato dal sovraccarico delle capacità di assorbimento dell'ambiente.

Si possono evitare esiti così catastrofici facendo affidamento sulla tecnologia? È forse questa la domanda più interessante alla quale il modello permette di rispondere. È convinzione diffusa che il progresso tecnologico renderà possibile spostare sempre più in alto il limite della crescita. Facendo le opportune assunzioni, è possibile testare la validità di questa posizione ottimistica. Per ciascuna di queste assunzioni il libro presenta dei grafici che illustrano l'andamento delle variabili e restituiscono un'immagine visiva concreta del comportamento del sistema.

Si può cominciare con l'assumere che la tecnologia risolva il problema della limitatezza delle risorse non rinnovabili. Questa condizione può essere espressa numericamente nei termini di un raddoppio delle risorse disponibili e di una riduzione dell'esigenza di materie prime a 1/4 di quella attuale. La crescita sarebbe in tal caso fermata dall'inquinamento.

Il passo successivo può consistere nel valutare l'efficacia del progresso tecnologico nel contenimento dei livelli di inquinamento. Se si fa l'assunzione, in aggiunta alle precedenti, di una riduzione del tasso di inquinamento a 1/4 di quello attuale, il collasso si presenta ugualmente a causa della mancanza di cibo.

Il terzo tentativo infine può essere quello di aggiungere anche gli eventuali benefici derivanti dall'adozione di misure efficaci per controllare le nascite e incrementare la produzione di cibo. Se si assume che la produzione di cibo per ettaro di terra coltivabile raddoppi e che si realizzi un controllo delle nascite perfetto su base volontaria, la crescita viene bloccata dal verificarsi di tre crisi concomitanti: un crollo nella produzione di cibo, l'esaurimento delle risorse non rinnovabili e l'aumento dell'inquinamento.

Il dispiegamento di tutta la tecnologia possibile in ogni settore dell'attività umana non sembra quindi sufficiente a evitare il collasso, ma tutt'al più a dilazionarlo nel tempo. Il periodo di crescita incontrollata può al massimo essere prolungato di qualche decennio, ma i limiti non possono essere rimossi definitivamente. Se la popolazione e il capitale industriale vengono lasciati crescere senza freni, il comportamento generale del sistema mondo porta inevitabilmente al collasso, sia se non assumiamo nessun cambiamento nell'attuale andamento sia se assumiamo un qualunque numero di innovazioni tecnologiche (Meadows et al., 1972: 141-5).

V. LO STATO DI EQUILIBRIO

Gli autori di The Limits of Growth pongono dunque l'umanità di fronte a una scelta inevitabile: si tratta di stabilire se è preferibile interrompere in maniera programmata la crescita oppure lasciarla avanzare fino a raggiungere il limite ultimo, per poi collassare. La risposta, abbastanza scontata, è che, per quanto indesiderabili possano essere considerate le conseguenze di una politica di stabilizzazione della crescita, sarebbero comunque preferibili rispetto a quelle ben più catastrofiche imposte dal raggiungimento del limite ultimo.

Terminata la pars destruens, l'ultimo capitolo del libro è dedicato a esplorare la realizzabilità e i possibili vantaggi dello stato di equilibrio, uno stato con popolazione e capitale costanti. È questa l'unica soluzione possibile se si vuole perseguire un modello di sviluppo sostenibile, che garantisca a tutti il soddisfacimento dei bisogni materiali fondamentali e che non pregiudichi il diritto delle generazioni future a godere delle stesse condizioni di vita.

Lo stato di equilibrio prospettato dagli autori del rapporto consiste in un modello di sviluppo senza crescita. Equilibrio non è sinonimo di stagnazione. Le uniche variabili che dovrebbero rimanere costanti per garantire il mantenimento dell'equilibrio sono la popolazione e il capitale. Tutte le attività umane che non implichino lo spreco di risorse non rinnovabili e che non comportino degrado ambientale potrebbero continuare a crescere indefinitamente. Anche lo sviluppo tecnologico potrebbe progredire. Ogni incremento di produttività non potrebbe essere tradotto in un aumento della produzione, perché questa dovrebbe rimanere costante. Il progresso tecnologico potrebbe così riflettersi in una riduzione del lavoro richiesto, ovvero in una maggiore disponibilità di tempo libero (Meadows et al., 1972: 174-8).

Nello stato di equilibrio il motore dello sviluppo potrebbe essere il miglioramento delle condizioni di vita anziché la crescita costante (Vecchietti, 2011: 8-9). Ridefinire le priorità in questo senso è ciò che serve all'umanità per scongiurare il pericolo di una crescita senza freni. La prospettiva di uno sviluppo senza crescita è un'opzione ancora realizzabile, ma il tempo a disposizione per operare un riorientamento in questo senso si assottiglia di giorno in giorno. Continuare a rimandare il momento della scelta significa illudersi di poter evitare il rischio di collasso.

VI. CRITICHE E FORTUNA

A partire dal momento della sua pubblicazione, The Limits to Growth attirò su di sé numerose critiche, la più ricorrente delle quali era quella di aver predetto l'esaurimento delle risorse e il conseguente collasso economico entro la fine del XX secolo. Predizioni poi rivelatesi false alla prova dei fatti. Critiche del genere comparvero all'interno di un'ampia gamma di pubblicazioni: riviste scientifiche peer reviewed, libri, quotidiani, periodici, siti web e così via (Turner, 2008: 2). Nel giro di due decenni, il volume cominciò a essere citato come esempio di letteratura catastrofista e scientificamente inattendibile.

Un evento decisivo nella diffusione di questa concezione negativa fu l'ampia eco ricevuta dall'attacco di Ronald Bailey, giornalista scientifico della rivista Forbes. Nel 1989 Bailey imputò agli autori del rapporto di aver predetto l'esaurimento delle scorte di oro entro il 1981, di mercurio entro il 1985, di stagno entro il 1987, di zinco entro il 1990, di petrolio entro il 1992, di rame, piombo e gas naturale entro il 1993. Da quel momento in poi, le critiche del giornalista entrarono nella vulgata comune, le sue parole furono riprese con variazioni minime, come una sentenza di condanna definitiva nei confronti del messaggio di The Limits to Growth. Eppure si trattava di accuse del tutto infondate, vere e proprie leggende metropolitane. Bailey infatti si era limitato a estrarre un frammento del libro e a citarlo come se si trattasse del suo nucleo principale. Ma quei dati non rappresentavano reali predizioni. Il giornalista li aveva estrapolati, così come erano, da una tabella volta a illustrare uno scenario puramente ipotetico, che si sarebbe potuto verificare qualora lo sfruttamento dei minerali avesse continuato a crescere in maniera esponenziale (Bardi, 2008).

Come evidenziato già in precedenza, lo scopo del gruppo di scienziati del MIT non era quello di mettere capo a predizioni esatte, ma di offrire gli strumenti per riuscire a comprendere il comportamento del sistema economico mondiale. In un certo senso il modello World3 serviva più a spiegare che a prevedere, o meglio, l'utilità delle simulazioni impiegate consisteva nel loro potere esplicativo delle dinamiche reali, piuttosto che nella loro puntualità nel definire scenari futuri ad alta risoluzione. C'è un passaggio del rapporto che è particolarmente eloquente al riguardo e che merita di essere citato nella sua interezza, a difesa dei suoi autori.

"Va esplicitamente notato come tale studio sia una 'predizione' solo in senso assai ristretto. I diagrammi che verranno illustrati più avanti riportano i valori delle grandezze in esame (popolazione mondiale, capitale, ecc.) per un intervallo di tempo che si estende dal 1900 al 2100: questo non vuol dire però che in un certo anno futuro tali grandezze assumeranno proprio il valore indicato dai diagrammi, i quali valgono solamente per indicare le tendenze di fondo del sistema. Per chiarire con un esempio, consideriamo una palla che viene scagliata verso l'alto: possiamo affermare con sicurezza che essa continuerà a salire con velocità decrescente e a un certo punto si fermerà, per poi invertire la direzione e cominciare a scendere con velocità crescente, fino a toccare terra. Sappiamo cioè che essa non potrà continuare a salire indefinitamente, né potrà entrare in orbita attorno alla Terra o compiere una serie di giri nell'aria prima di ricadere". (Meadows et al., 1972 [ed. it.]: 80-1)

In nessuna pagina del libro dunque si predice il collasso del sistema economico mondiale entro il 2000 a causa dell'esaurimento di una qualche risorsa. Gran parte delle critiche erano fondate su una lettura errata del report, quando non addirittura su una lettura di seconda mano. Il reale messaggio di The Limits to Growthè un invito a non sottovalutare le conseguenze a cui inevitabilmente condurranno ritmi di crescita di tipo esponenziale. Il merito del libro è di aver portato alla luce i meccanismi che presto o tardi determineranno queste conseguenze, focalizzando l'attenzione sull'esistenza di dinamiche di retroazione continua, sulla limitatezza delle risorse, sulla presenza di un effetto ritardo tra l'origine di un problema e la manifestazione dei suoi effetti, sulle interconnessioni multiple in atto tra le diverse parti che compongono il sistema. Altro pregio dell'opera è aver trattato argomenti come questi in un momento storico caratterizzato da una fiducia incondizionata nella tecnologia come strumento in grado di eliminare qualsiasi ostacolo al progresso umano.

È forse proprio questa una delle possibili spiegazioni al successo incontrato dalle critiche piovute sugli autori del rapporto. Critiche che, per quanto infondate, riuscirono ad attecchire e a proliferare non solo a livello giornalistico, ma anche all'interno della comunità scientifica. Nel 1997 l'economista italiano Giorgio Nebbia individuava almeno quattro fronti di opposizione alle idee espresse nel libro: il fronte di chi vi leggeva una minaccia per il proprio business; quello degli economisti, indispettiti per quella che consideravano un'intromissione nella propria sfera di competenza; il mondo cattolico, preoccupato che passasse il principio che un aumento della popolazione potesse rappresentare un problema; le sinistre, per le quali i limiti alla crescita erano un'invenzione della classe dirigente “per indurre a credere che il paradiso del proletariato non fosse un obiettivo realizzabile” (Bardi, 2008). A questa lista si potrebbero aggiungere i vari fondamentalismi religiosi, le destre e lo schieramento di quanti nutrono totale fiducia nelle capacità di autoregolarsi del mercato.

Oggi, a distanza di quaranta anni, è evidente l'attualità delle questioni sollevate in quel rapporto. Con il senno di poi, sosteneva nel 2000 lo studioso di economia energetica Matthew Simmons, “the Club of Rome turned out to be right. We simply wasted 30 important years by ignoring this work”.

 

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