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FELTRE. Una situazione finanziaria già ampiamente compromessa e una madre che muore d'infarto quattro giorni dopo avere ricevuto a suo nome un atto di pignoramento da parte di Equitalia di 528mila euro e spiccioli. È successo lo scorso mese di marzo ad una famiglia che nel recente passato imprenditoriale feltrino ha vissuto momenti d'oro, e che in parte per colpe proprie, in parte per la moda di delocalizzare dei grandi marchi e anche per la poca correttezza di altri imprenditori che non hanno saldato i loro debiti è andata progressivamente in rovina. A distanza di cinque mesi, dopo una serie di ricoveri all'ospedale di Feltre per superare una grave forma di depressione, il figlio della donna, R.C. di 45 anni, vuole raccontare la sua versione dei fatti, soprattutto per difendere l'onore della mamma deceduta e anche per chiedere un aiuto a trovare un lavoro - «mi vanno bene anche lavoretti, ci so fare» - vista la situazione più che critica nella quale si trova.

«Credo che Equitalia avrebbe potuto evitare di accanirsi su una donna che riceveva 1.130 euro al mese frutto della propria pensione e quella di reversibilità di mio padre. Il 10 marzo hanno recapitato quella cartella da 528 mila euro e quattro giorni dopo, piegata dai dispiaceri, mia madre è morta per un infarto. Non ha più retto alla pressione e allo stress. Contemporaneamente è stato disposto il blocco del conto corrente bancario nel quale affluiva quel denaro che serviva a mantenere anche il sottoscritto, nel frattempo rimasto senza lavoro. In questo modo non ho più potuto attingere al conto nemmeno per le cose indispensabili».

Una situazione che lo ha mandato in ulteriore depressione: «Devo ringraziare i medici dell'ospedale di Feltre che con pazienza mi hanno aiutato a superare il momento più difficile. Prima le difficoltà finanziarie, poi la morte di mio padre e poi quest'ultima mazzata legata alla cartella di Equitalia che mia madre non è riuscita a reggere. Non è un momento facile».

«Nella mia famiglia sono stati commessi certamente degli errori», dice ancora R.C., «ma mia madre è stata l'anello debole della catena. Lei ha fatto da prestanome per il buon funzionamento della società, ma di fatto non ha mai beneficiato dei ricavi, anche quando in tempo di vacche grasse l'azienda era arrivata ad avere 140 dipendenti. Quando nel 1997 la società è stata abbandonata al suo destino _ non è mai stata presentata istanza di fallimento ndr _ lo Stato ha avviato la sua attività per recuperare i crediti, ma non credevo si sarebbero accaniti su di lei, persona fisica, per recuperare i crediti vantati nei confronti della società per contributi non pagati».

R.C. è stato a sua volta travolto in una seconda fase nel crack finanziario, visto che in città gestiva una fiorente attività: «Ho voluto potere girare a testa alta. Quando nel 2008 un cliente mi ha lasciato un buco di 120 mila euro di lavori non pagati, mi sono ritrovato a terra e sono stato costretto a portare i libri in tribunale. I dipendenti sono stati tutti liquidati e questo era fondamentale per me. Poi è cominciato il difficile e ancora non è finita. Per questo chiedo un aiuto per ottenere un lavoro. Ero titolare dell'attività, so tenere la contabilità, ma so anche fare il lavoro manuale. Mi va bene qualsiasi cosa».

 

Corriere  Alpi