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 Ci sono nella storia della cultura politica numerosi precedenti di processi di demonizzazione spinta fino alla contumelia e al dileggio, cioè tentativi di distruzione intenzionale e sistematica di una tradizione politico-culturale; quello che costituisce però un unicum assoluto è il fatto che nel caso della tradizione gramsciana e comunista tale operazione distruttiva venga compiuta in prima persona da coloro che potrebbero definirsi come gli eredi diretti di quella tradizione. Insomma non è certo Andreotti a portare fino in fondo la critica alle malefatte della Dc, e non è Intini a dire tutto il male possibile di Bettino Craxi, e meno che mai è Fini a fare rivelazioni scioccanti sui crimini di Salò o sul golpismo fascista degli anni sessanta- settanta; sono invece spesso degli ex comunisti a spingere l’autocritica verso il passato del Pci fino alla falsificazione storica e alla calunnia. Costoro somigliano cosí al personaggio di una storiella di Totò, il quale si ostinava a ridere mentre uno sconosciuto lo picchiava selvaggiamente insultandolo e chiamandolo «Pasquale». Alla domanda perché ridesse tanto nonostante le botte che riceveva, la risposta era: «Tanto io mica so’ Pasquale!». Ma i cazzotti sono veri, e possono fare molto male. 

La paradossale attualità di Gramsci consiste nel suo essere sconfitto, cioè nel fatto che (esattamente come noi) egli ragiona a partire da una sconfitta. La sconfitta non sopprime affatto, ma ridetermina e ridefinisce, il problema della rivoluzione (e lo sposta in avanti).  Si tratta dunque di usare Gramsci, non solo di citarlo. Non ultimo dei paradossi che segnano la storia della ricezione di Gramsci (che in gran parte coincide con la storia del pensiero politico comunista in Italia) è che un tale autore sia fra i piú citati della nostra recente storia culturale, ma sia anche al tempo stesso fra quelli meno utilizzati. Gramsci è infatti rimasto – a ben vedere – un pensatore le cui tematiche e il cui stile di ricerca non hanno dato luogo, in effetti, a nessuna vera prosecuzione.