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Giugno 2013

 

In questi giorni sono in corso contatti per il coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) nell’ operazione per lo scorporo della rete telefonica da Telecom, che porterà alla nascita di una nuova società nella quale la CDP potrebbe arrivare a detenere una partecipazione del 30 per cento, per un valore di circa 4 miliardi di euro. Questa è solo l’ultima di numerose operazioni nelle quali la Cassa viene indicata come partecipante o potenziale partecipante.

Politici e giornalisti spesso la indicano come quell’ente che può intervenire a risolvere parecchi problemi, tramutandosi in uno strumento di intervento diretto dello Stato nell’economia. La CDP in realtà è una creatura strana: allo stesso tempo pubblica e privata, ha partecipazioni in alcune delle più importanti aziende del paese, fa utile, presta soldi agli Enti Locali e raccoglie soldi dagli uffici postali.

Che cos’è la CDP
Come dicono alcuni, la CDP è “un centauro”: una creatura mezza pubblica e mezza privata. Ha la forma giuridica di una Società per Azioni, ma queste sono detenute per l’80,1% dal ministero del Tesoro e per il restante dalle Fondazioni Bancarie (che a loro volta sono istituti misti pubblici e privati). Il presidente, Franco Bassanini, e l’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, sono nominati dal ministro dell’Economia, e gestiscono una “banca che non è una banca” con una raccolta di 230 miliardi di euro.

Partiamo dall’inizio: lo scopo principale della CDP, come dice il suo sito, è gestire il risparmio postale. Si tratta di circa 230 miliardi (nel 2012), soldi investiti dai cittadini italiani in buoni fruttiferi o libretti postali garantiti dallo Stato. Sempre dal sito apprendiamo che la CDP usa queste risorse per «aiutare la crescita del paese». Il “come” è diviso in due rami diversi. Il primo si chiama gestione separata ed ha a che fare con la storia secolare della CDP.

La storia
Quando si parla di CDP in genere si associa il termine “veneranda istituzione”. La CDP, infatti, è più vecchia dell’Italia: è nata a Torino nel 1850. Il suo scopo, per quasi un secolo e mezzo, è stato quello di fare prestiti a medio termine agli enti locali per costruire infrastrutture, e questo resta lo scopo della “gestione separata”.

In pratica, raccogliendo il risparmio dei cittadini, CDP fa prestiti, ad esempio, a un’amministrazione comunale per rifare il lungomare o restaurare un asilo. La tenuta finanziaria del Comune, alla fine, è garantita dallo Stato, tanto quanto il risparmio dei cittadini, che così resta al sicuro.

Cosa fa la CDP
La parte veramente interessante della CDP, però, è l’altra: la cosiddetta gestione ordinaria. In questo ramo di attività non entrano i risparmi postali. Le operazioni e gli investimenti vengono finanziati con risorse proprie – non garantite dallo Stato, insomma – come ad esempio l’emissione di obbligazioni della CDP sul mercato. Cosa fa questa divisione della CDP?

In realtà un po’ di tutto: la sua missione – molto vaga – è investire in “società di interesse nazionale in equilibrio economico e finanziario e con prospettive reddituali e di sviluppo” – una modifica nello statuto voluta da Tremonti tra il 2005 e il 2006. In altre parole la CDP può acquisire partecipazioni e azioni in quasi qualunque azienda i suoi vertici ritengano interessante. Bisogna ricordare che la CDP è di fatto pubblica e che i suoi vertici vengono nominati dal ministero del Tesoro.

Anche in passato esisteva qualcosa di simile: si chiamava IRI ed era, appunto, una cassaforte di partecipazioni statali in imprese ritenute “strategiche” o, più spesso, in mano ad amici dei politici. La CDP non è proprio come l’IRI, perché per statuto può acquisire solo partecipazioni di minoranza nelle aziende, ma secondo alcuni – anche in alcune operazioni recenti – nelle scelte della CDP ha avuto qualche peso l’opportunità politica oltre che la convenienza economica. A questo proposito, è utile sottolineare che, se l’attività ordinaria non gode delle garanzie dello Stato, può usufruire di contributi versati dallo Stato «a qualsiasi titolo». Volendo, quindi, il governo è autorizzato a finanziare direttamente l’intervento di CDP in un’azienda ritenuta “strategica”.

Le partecipazioni
Oltre a investire in imprese strategiche, o ritenute tali, la CDP è utile anche per un altro tipo di manovre. La CDP è formalmente privata dal 2003, uno status che condivide con istituti simili in Europa, come la KFW in Germania e la CDC francese. E questo permette al governo di “spingere” debiti dello Stato nella CDP e così farli uscire dal “perimetro” del debito pubblico.

Ad esempio, l’anno scorso, due società partecipate dallo Stato, Fintecna e Sace, vennero trasferite alla CDP per 10 miliardi di euro, soldi che vennero utilizzati per ridurre il debito pubblico. In realtà si è trattato di una specie di trucco contabile: lo Stato prendeva dei soldi con una mano e li restituiva con l’altra. Il trucco è tollerato dalla Commissione Europea e largamente praticato. KFW in Germania e CDC in Francia fanno operazioni in tutto e per tutto simili.

La politica di vendere imprese alla CDP per fare cassa e l’ampia libertà di investimento concessa ai suoi vertici hanno fatto sì che la cassa sia diventata una vera e propria cassaforte di partecipazioni varie. Oltre a quelle citate, la CDP possiede il 27 per cento di ENI, il 30 per cento di SNAM (che si occupa della distribuzione del gas) e il 30 per cento di Terna (rete elettrica). Controlla quasi completamente aziende come SIMEST, che offre finanziamenti e assistenza alle aziende italiane impegnate nell’internazionalizzazione, e molti altri fondi e società. Per il momento la CDP resta una società solida, che nel 2012 ha prodotto 2,8 miliardi di euro di utile.

 

Il Post