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Un importante capitolo del libro di Loretta Napoleoni "Democrazia vendesi''.

"Lo schema Ponzi del debito dello Stato"

Strangolata dal debito, negli anni Ottanta l'Italia per rimanere nello SME opta per la vendita del patrimonio nazionale, una decisione che hanno già preso altre nazioni, per esempio il Regno Unito. Ma in Italia questo processo non avviene sotto gli auspici del libero mercato bensì, come prevedibile, viene gestito a discapito della collettività e a favore di alcune élite economiche e finanziarie, legate alla classe politica. Le grandi privatizzazioni aprono nel Bel Paese una fase di riconversione, ristrutturazione industriale che ne cambia il volto, trasformandolo da produttore di tecnologia a fornitore di servizi. Tra il 1986 e il 1989 l'IRI, l'ENI e l'EFIM operano complessivamente cessioni per valori da capogiro: nel 1986 1377 miliardi di lire, nel 1987 1795 miliardi, nel 1988 2351 miliardi e nel 1989 3267 miliardi. In pochi anni i gioielli del capitalismo nazionale vengono svenduti non per forza di cose al migliore offerente. La tentata vendita nel 1985 della SME, azienda alimentare operante nel gruppo IRI, ben illustra questa situazione. La SME era stata completamente sanata con interventi massicci nel 1983 e nel 1985. Il tentativo di venderla non era quindi dettato da uno stato di crisi, quanto piuttosto dalla volontà di costruire un grande polo alimentare nazionale a caratterizzazione privatistica, in grado di fronteggiare eventuali acquisizioni estere. E fin qui nulla da ridire, la finalità era nobile e rientrava negli interessi nazionali. 
Il problema sorge quando ci si rende conto che le trattative per la vendita non si svolgono secondo le regole della libera concorrenza. L'IRI seleziona il possibile acquirente senza ricevere alcun tipo di approvazione da parte del ministero delle Partecipazioni statali. Non si indice un'asta: l'unico candidato è il gruppo alimentare Buitoni con il quale, si scopre, che è già stato raggiunto un accordo preliminare. Fortunatamente la completa mancanza di trasparenza dell'operazione, che avveniva a vantaggio di un gruppo privato a discapito dell'interesse pubblico, impedisce che vada in porto. L'autorizzazione alla vendita viene quindi negata e viene bandita un'asta pubblica. La Buitoni, però, avvia un procedimento legale nei confronti dell'IRI per il mancato adempimento degli accordi. Si blocca tutto. E fino al 1993 la SME rimane nel settore pubblico.
Lo scopo delle privatizzazioni, quali manovre di liberalizzazione perseguite da Margaret Thatcher e da Ronald Reagan negli anni Ottanta, era allargare la partecipazione azionaria delle imprese pubbliche, rendere il capitale industriale accessibile a tutti e così facendo garantire una gestione migliore dell'economia in un sistema di libera concorrenza. In Italia succede esattamente il contrario. Istituzioni come l'IRI e l'ENI, sorte per contrastare i monopoli e difendere il settore pubblico, portano avanti operazioni di privatizzazione che rafforzano, anziché ridurla, la concentrazione industriale nelle mani di pochi eletti. Una classe politica corrotta e clientelare si fa complice
di questa deriva oligopolistica e svende il patrimonio pubblico. Secondo i dati pubblicati dall'IRI, tra il 1980 al 1990 società come Alitalia, Comit e Mediobanca vedono l'azionariato privato salire rispettivamente dall'1 al 18 per cento, dal 10,1 al 42,6 per cento e dal 43,1 al 75 per cento. Non si tratta però dell'ingresso del piccolo azionariato in queste imprese, ma di acquisizioni di rilevanti pacchetti da parte di grandi investitori privati. Tutto ciò avviene mentre Paesi come Francia e Germania potenziano le proprie industrie, rimanendo fedeli al modello classico di un capitalismo a carattere industriale, senza svendere né aziende né beni pubblici. In Italia le cose stanno diversamente; non solo, ma in questo processo, invece di far spuntare le condizioni migliori a favore della collettività, lo Stato sembra più interessato a portare avanti gli interessi del compratore. Basta analizzare le privatizzazioni di alcuni servizi a livello locale come trasporto, luce, gas, rifiuti urbani, sanità, gestione di parchi e giardini. 
La formula di solito adottata nella transizione è l'appalto alle imprese private, che nel 1985, per esempio, gestiscono il 49 per cento dell'illuminazione, il 39 per cento della raccolta e smaltimento dei rifiuti e il 52 per cento dei parcheggi e parchimetri. Dunque l'erogazione di servizi fondamentali viene affidata ad aziende private, direttamente o indirettamente finanziate dall'autorità locale, la quale si riserva di operare solo una sorta di controllo e di direzione dei lavori. 
A cosa servirono i saldi del patrimonio nazionale? In parte furono sperperati dalla classe politica del tempo, e in parte furono usati per pagare alcuni costi sociali, come gli ammortizzatori sociali relativi al processo di transizione verso un'economia dei servizi. Politica scellerata che non ha colto il potenziale produttivo del milione di ex lavoratori, che negli anni Ottanta lo Stato ha licenziato, facendo gonfiare il debito, senza riconvertirli, e che farà sì che nel 2012 il 75 per cento del PIL italiano provenga dai consumi e non più dalla produzione.
Ma perchè sorprenderci? Oggi il lavoro viene considerato quasi un privilegio, non un diritto, come spiega la signora Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti. Parole che i suoi colleghi di altri Paesi non si sognerebbero mai di pronunciare, per esempio, in Germania dove la disoccupazione è intorno al 2 per cento, ma neppure nel recessivo Regno Unito. Il lavoro non è una conquista. È, insieme al capitale, uno dei motori principali dell'economia e del benessere. 
I predecessori del ministro Fornero guidarono le grandi privatizzazioni degli anni Ottanta con la stessa miopia con la quale oggi questa signora vuole riformare il mercato del lavoro: ormai tutti sanno che la pessima vista è un tratto genetico della classe politica italiana. Negli anni Ottanta nessuno riteneva che la crescita del debito pubblico fosse un pericolo, e a giudicare dal fatto che durante il governo Monti il debito è salito dal 120 al 126 per cento del PIL,
neppure questo governo se ne è preoccupato. Unico parallelo possibile è la Grecia, dove la classe politica ha messo in atto un processo di trasformazione dell'economia del tutto simile, anch'esso pagato con le cambiali dello Stato. 
Morale: dal 1981 il debito pubblico italiano letteralmente esplode. Fino al divorzio tra Bankitalia e Tesoro rimane nella media degli altri Paesi membri dell'UE, ma dal 1981 al 1992 raddoppia e passa dal 60 al 120 per cento del PIL.
Il rovescio di questa medaglia finanziaria e l'impoverimento reale della nostra economia. Le rendite prodotte dalle obbligazioni statali, che hanno consentito a molti privati di accrescere la propria ricchezza, facevano infatti parte di uno schema Ponzi - modello truffaldino classico che richiede il reperimento di sempre nuove vittime dell'imbroglio, che paghino gli interessi sugli investimenti degli altri - in base al quale uno Stato spendaccione e poco intelligente firmava cambiali nuove per pagare gli interessi di quelle vecchie. Oggi però la collettività intera è chiamata a pagarle tutte e sono montagne di denaro Pubblico. Come il classico schema Ponzi tutti ci perdono perché quelle obbligazioni in portafoglio sono solo cartastraccia, ma anche chi le rendite le ha intascate, come le imprese, nel lungo periodo perde. Aver distolto la ricchezza vera dagli investimenti produttivi, necessari per far crescere l'economia, impiegandola invece per acquistare titoli di Stato con rendite inflazionate, ha impoverito le imprese e le ha costrette a chiudere i battenti di fronte alla concorrenza dei giganti industriali del Nord. In termini di costo-opportunità ci troviamo di fronte a una perdita economica e monetaria secca. 
Naturalmente, nulla di tutto ciò è avvenuto in Germania, in Olanda o nei Paesi del ricco settentrione europeo, dove l'industria e la classe agiata hanno invece in questi anni investito nei settori dell'economia reale.