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IL DIVIDENDO SOCIALE DI MEADE.
DAL DEBITO AL PATRIMONIO PUBBLICO
 
 
Il ciclo della rivoluzione industriale si è chiuso ed è iniziata l’era della rivoluzione scientifica e tecnologica e dell’economia sostenibile. Si tratta di una tendenza che dal centro del sistema economico mondiale si diffonde anche nelle aree di più recente industrializzazione. 
Il PIL (prodotto interno lordo) è stata la misura dello sviluppo dell’economia nel periodo dell’industrializzazione: il reddito viene infatti determinato come differenza tra i ricavi ed il costo dei beni e servizi utilizzati per produrli. La misurazione prende in carico, tramite l’ammortamento, anche l’utilizzo di capitale, ma si tratta essenzialmente dei beni di proprietà dell’impresa e non di tutti i beni pubblici utilizzati (come l’aria ad esempio).
L’economia sostenibile richiede invece che si consideri anche il valore (tra i costi) delle risorse non rinnovabili usate per la produzione. Nel Medioevo l’inventore della contabilità, Fra Luca Pacioli, calcolava il reddito come differenza tra il patrimonio iniziale e quello finale mentre solo nel secolo scorso si diffuse il concetto di reddito come differenza tra i ricavi ed i costi.
Il ritorno al metodo patrimoniale è la vera alternativa a nuove definizioni del PIL di cui si discute ormai apertamente sia in sede accademica che politica, con il tentativo di misurare la felicità con elementi quali l’istruzione, la salute, la longevità e cosi via.
L’essenza del metodo patrimoniale è data dal fatto che consente di realizzare la solidarietà intergenerazionale, perché misura il patrimonio e si può così vedere se alle nuove generazioni viene lasciato un capitale maggiore o minore di quello che noi abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti. Si tratta di un cambiamento epocale che non ha ancora trovato, se non in rari casi, codificazione nei comportamenti e nelle leggi. In particolare si tratta di una materia a valenza costituzionale perché riguarda non le politiche da attuare ma le norme generali che devono permanere anche con il cambio delle maggioranze politiche contingenti.
Il cambiamento più significativo intervenuto in questo campo è il Trattato di Maastricht che impone di non caricare le generazioni future di debiti contratti dalla generazione presente per procurarsi dei beni senza pagare le relative imposte e tasse.
Il problema è più generale: dato che viene continuamente ridotta la quantità di beni naturali a disposizione delle nuove generazioni (acqua, aria, energia, ecc.) occorre compensare lasciando ai giovani crediti e non debiti (sia pubblici che privati).
 
La proprietà.
 
Nel secolo scorso alla tradizionale proprietà privata, pubblica, cooperativa si è affiancata la presenza dei “fondi pensione”; questo fenomeno è stato particolarmente significativo negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna estendendosi, negli ultimi anni anche in Europa.
I fondi pensione a capitalizzazione sono basati sul principio che il cittadino deve risparmiare nella prima parte della sua vita, quando può svolgere un’attività lavorativa, per garantirsi un reddito nella vecchiaia: lo scopo dei fondi è quello di amministrare i versamenti annuali in modo efficace per conseguire il reddito necessario per pagare la pensione.
Si tratta di investimenti a lungo termine, spesso oltre i 30 anni, per cui è essenziale la stabilità monetaria (altrimenti l’inflazione può decimare il capitale accumulato) ovvero il ricorso ad attività rivalutabili nel tempo come gli immobili (rinunciando a parte del reddito) o le azioni, correndo però il rischio di forti variazioni del loro valore. I fondi pensione sono così diventati i “veri padroni” dell’economia americana.
 
La dotazione di capitale.
 
Le nuove generazioni si sono trovate, all’inizio del terzo millennio, in una situazione difficile:
– la dotazione di beni pubblici si è fortemente ridotta per l’uso indiscriminato fatto con la rivoluzione industriale dei beni naturali non riproducibili;
– gli stati hanno contratto debiti pubblici che dovranno essere ripagati dalle nuove generazioni;
– in alcuni casi, ed in particolare negli USA, le famiglie hanno contratto pesanti debiti.
La situazione demografica dei paesi occidentali aggrava poi la posizione dei giovani perché, dato il progressivo invecchiamento dell’età media della popolazione, non potranno contare sulle nuove generazioni per pagare tutta la loro pensione, anche se l’immigrazione può attenuare l’impatto ma non modificarlo nella tendenza di fondo.
Occorre quindi modificare profondamente la struttura del “welfare” che chiedeva contributi ai giovani per sostenere gli anziani: non è possibile caricare sulle nuove generazioni il pagamento dei contributi per pagare le pensioni agli anziani (secondo il principio che regge la previdenza sociale nel sistema “contributivo”) e contemporaneamente versare le quote dei fondi pensione a capitalizzazione.
Sono le nuove generazioni invece che hanno bisogno, nel nuovo ciclo economico, della solidarietà che nella fase della rivoluzione industriale andava, giustamente, assicurata agli operai che svolgevano lavori fortemente usuranti e che dovevano essere protetti nella seconda parte della loro vita, quando non sarebbero più stati in grado di lavorare.
La necessità di invertire la tendenza è evidente ma è difficile per dirigenti politici che vogliono essere rieletti proporre ed attuare le necessarie politiche.
Una parziale eccezione è stata attuata in Europa dove le istituzioni comunitarie hanno potuto, negli ultimi trenta anni, proporre politiche di solidarietà intergenerazionale, come nel caso del Trattato di Maastricht o delle politiche ambientali e di difesa del consumatore: gli stati membri hanno accettato di buon grado i vincoli europei ma hanno poi rigettato su Bruxelles la relativa responsabilità con argomentazioni populistiche e nazionalistiche che hanno avuto come risultato il diffondersi dell’euroscetticismo. L’azione deleteria degli stati membri ha fatto sì che essi abbiano fortemente indebolito lo strumento europeo che invece aveva consentito loro di intraprendere politiche virtuose.
La dialettica insita nel meccanismo federale, a somiglianza di quanto avvenuto con la divisione dei poteri ispirata da Montesquieu, è uno dei pochi mezzi a disposizione per introdurre nel sistema istituzionale un gioco di pesi e contrappesi che consenta di far emergere decisioni ispirate al “bene comune” e non agli interessi di breve termine o settoriali e di parte.
 
Il capitale sociale.
 
Le proposte di Meade su l’economia di compartecipazione possono consentire di delineare un percorso che porti verso la dotazione di capitale sociale alle nuove generazioni.
L’essenza delle proposte di Meade riguarda la creazione, a fianco ed a parziale sostituzione dei fondi pensione, di un “fondo sociale” in grado di distribuire un dividendo sociale a tutti i cittadini, indipendentemente dai contributi versati come nel caso dei fondi pensione, e quindi di dare un sostegno in particolare ai giovani.
Meade prevede anche servizi sociali a favore di tutti i cittadini per l’istruzione e la sanità, sussidi per i meno abbienti, nonché misure dirette ad incoraggiare una distribuzione maggiormente equa della proprietà.
Il pagamento del dividendo sociale dovrebbe consentire di:
– ridurre le diseguaglianze;
– incentivare l’assunzione di rischio;
– attenuare l’impatto di basse remunerazioni;
– semplificare il sistema dell’assistenza sociale.
Per consentire la distribuzione di tale dividendo occorre la socializzazione della titolarità beneficiaria (senza il diritto alla gestione) di una quota rilevante dei beni economici di un paese: Meade indica come obbiettivo il 50% del totale dei beni.
 
Il caso norvegese.
 
Una parziale realizzazione della proposta di Meade è stata, nei fatti, realizzata dalla Norvegia.
Poiché la ricchezza di petrolio e gas di cui si è trovata proprietaria la Norvegia verrà consumata con l’estrazione e si esaurirà, è stato istituito un fondo pensione ove affluiscono i ricavi relativi. Solo il 4% del reddito di tale Fondo può essere annualmente usato dal Governo per sostenere la spesa pubblica, lasciando così un capitale a disposizione dei cittadini anche per gli anni futuri quando sarà esaurito il patrimonio di petrolio e gas[4].
La codificazione della normativa sul fondo pensione non ha però avuto ancora rilevanza costituzionale e questo non esclude che in futuro governi poco accorti possano essere tentati di sperperare il capitale accumulato per acquisire consensi.
Anche altri “fondi sovrani” tendono a dare una risposta alle indicazioni di Meade, in particolare quelli istituiti dallo Stato di Singapore.
 
La transizione.
 
Il vero problema che devono affrontare tutti i progetti politici è quello della transizione dalla situazione presente all’obiettivo finale. Come effettuare la svolta dal “debito” al “credito” pubblico?
La crisi finanziaria internazionale offre, ove se ne abbia la volontà e la capacità, di avviare la transizione: gli stati, per fronteggiare la crisi di sfiducia hanno dovuto sostituirsi ai privati finanziando (ed acquistando) banche ed assicurazioni in particolare nonché, in alcuni casi, industrie (l’auto negli Stati Uniti).
La posizione ufficiale dei governi è che si tratta di interventi temporanei e che tali attività vadano rivendute al mercato non appena possibile. Non sarà però facile vendere attività così rilevanti al loro valore reale ad un mercato che sarà ancora in difficoltà e con i fondi pensione che hanno visto svanire gran parte del loro patrimonio con le svalutazioni borsistiche causate dalla crisi finanziaria e con la ridotta capacità reddituale dei lavoratori (per disoccupazione, svalutazione del valore della casa, riduzione dei salari) di effettuare nuovi versamenti contributivi.
L’uso del reddito degli investimenti effettuati dagli stati per istituire il “dividendo sociale” può risultare una scelta opportuna per i dirigenti politici al potere. Negli Stati Uniti la disponibilità di un dividendo sociale potrebbe essere utilizzata, in una prima fase, per sostenere gli oneri relativi all’introduzione del servizio sanitario nazionale e facilitare inoltre l’adozione di quella “economia sociale di mercato” e del modello “renano” che la crisi del sistema anglosassone rende di attualità.
Un altro fattore che può consentire la creazione di “capitale sociale” è il passaggio di molti beni da uno stato di “res nullius” a quello di “res communium gentium”: tipico è il caso dell’acqua e, più recentemente della stessa aria, che possono dar luogo a diritti d’uso.
Un esempio di creazione di capitale sociale a forte prevalenza locale può essere riscontrato, in Italia, nella trasformazione delle casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico con l’assegnazione del capitale delle banche alle “fondazioni bancarie” con l’obbligo di utilizzare i dividendi per fini sociali.
Un aspetto delicato riguarda la gestione dei diritti proprietari pervenuti allo stato che, se gestiti direttamente dalla classe politica, potrebbero determinare abusi di potere e clientelismi portando alla rovina le imprese diventate pubbliche, come molte esperienze del passato hanno insegnato.
La soluzione passa attraverso l’introduzione di norme a valenza costituzionale che diano il potere di gestione, come è avvenuto in Europa per la moneta con la creazione della BCE, ad entità responsabili nei confronti delle istituzioni ma autonomi dai governi temporaneamente in carica. Nomine che superino i cicli elettorali, maggioranze qualificate per i pareri parlamentari sulle designazioni, trasparenza delle politiche gestionali dei confronti dell’opinione pubblica sono alcune delle recenti esperienze che rendono possibile procedere verso il modello di Meade. Decisivo però, perché il sistema di Meade possa funzionare, è il fatto che i gestori dei patrimoni sociali debbano pagare il “dividendo sociale” ai cittadini senza transitare dal bilancio pubblico, che deve limitarsi alla gestione dei fondi incassati con le imposte
Le grandi crisi determinano spesso una profonda evoluzione dei sistemi economici e del ruolo delle imprese. Un precedente particolarmente significativo può essere riscontrato nella crisi degli anni trenta che trasformò la proprietà delle imprese familiari in grandi società per azioni, in cui il ruolo decisivo è svolto dai managers; tale modello ha caratterizzato l’economia americana sino alle recente crisi della Enron, acuita poi dalle vicende delle grandi banche ed assicurazioni.
 
Le competenze dei diversi livelli istituzionali.
 
La proposta di Meade presuppone, di fatto, un sistema economico e istituzionale “chiuso” ed infatti la proprietà dei beni da cui trarre il dividendo sociale è attribuita, anche se non in modo esplicito, allo stato nazionale.
Vi sono invece due aspetti che vanno attentamente valutati.
– il dividendo deve essere assegnato ai “nativi” od ai “residenti”?
– il sistema politico evolve verso il federalismo e quindi a un sistema istituzionale a più livelli di governo.
Per poter rispondere occorre individuare le responsabilità primarie dei diversi livelli di governo, perché se è pensabile che, in una certa misura, la proprietà debba essere distribuita ai diversi livelli, l’uso del reddito dovrebbe indirizzarsi in modo diverso a seconda dei compiti assegnati. Ovviamente tra i diversi livelli dovrebbe valere non solo il principio di sussidiarietà ma anche la solidarietà, come già parzialmente attuato nell’Unione Europea con i diversi fondi comunitari, nonché standard minimi sociali e diritti dei cittadini, sull’esempio della Carta dei diritti di Nizza, ora parte integrante del trattato di Lisbona.
Si può in prima istanza considerare che spetti:
– al livello mondiale e continentale (Unione Europea) la gestione della moneta, la pace (la spada), il mantenimento dell’equilibrio ecologico, le grandi infrastrutture (in particolare nelle telecomunicazioni, Internet), gli oceani, lo spazio;
– al livello nazionale le infrastrutture fisiche di comunicazione, ma in particolare la gestione della solidarietà tra cittadini che si manifesta con trasferimenti finanziari (in primis col sistema pensionistico);
– al livello regionale le forniture di servizi sociali fruibili sul territorio, ove l’esempio più rilevante è dato dalla sanità poiché occorre disporre di ospedali facilmente raggiungibili;
– al livello locale la solidarietà che riguarda direttamente i singoli individui (assistenza agli anziani, all’infanzia, agli emarginati).
Se questo schema ha una sua validità l’erogazione del dividendo sociale spetterebbe allo stato membro della federazione: Mario Albertini aveva già indicato come il livello che gestisce la moneta non debba avere anche l’onere del “welfare” per imporre il reperimento di risorse reali per la relativa copertura (imposte oggi, patrimonio nella proposta di Meade), evitando la tentazione di ricorrere alla stampa di moneta innescando rovinose derive inflazionistiche.
L’assegnazione del dividendo sociale, con cui si potrebbero pagare i ticket sanitari darebbe anche una certa libertà al cittadino nella scelta delle strutture sanitarie, imponendo criteri di efficienza gestionale al livello regionale.
Il dividendo sociale dovrebbe essere attribuito a tutti i residenti nel territorio, che contribuiscono con il loro lavoro ed il pagamento delle imposte al benessere comune.
Un’ evoluzione del sistema economico sociale nella direzione indicata da Meade confermerebbe un ruolo significativo per lo stato membro della federazione (oltreché per il livello regionale e locale) anche se spogliato degli attributi fondamentali della moneta e della spada.
Si realizzerebbe un vero sistema federale, il cui equilibrio ovviamente evolverà nel tempo, ma che per un lungo periodo potrà far conto sulla “virtuosa” divisione federale del potere.