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Intervista a Iginio Gagliardonerealizzata da Emanuele Fantini

 

SERIAL CALLERSIl rischio di semplificare il ruolo, pur cruciale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in Africa, dimenticando il loro uso potenziale anche da parte dei regimi; l’effetto “previsione che si autoavvera” di twitter; la crescente presenza della Cina e il caso “Kony2012”. Intervista a Iginio Gagliardone.

 

Iginio Gagliardone è ricercatore presso il Programme in Comparative Media Law and Policy dell’Università di Oxford, si interessa al ruolo dei nuovi media nei processi di trasformazione politica nell’Africa sub-sahariana. In Tunisia ha contribuito a percorsi di formazione della società civile nell’uso delle nuove tecnologie; ha lavorato in Etiopia per conto dell’Unesco.

 

L’Africa non è certo il primo posto che viene in mente quando si parla di Information and Communication Technology (Ict). Manuel Castells l’ha addirittura definita "il buco nero della società dell’informazione”. Come è nato dunque il tuo interesse per l’Ict in Africa?A cavallo del 2000 il successo di internet, la nascita di quella che chiamarono "new economy” e l’onda lunga della fine della guerra fredda stimolarono molte iniziative internazionali che volevano fare delle Ict uno strumento per lo sviluppo. C’erano ottimismo e una grande fiducia che innovazioni radicali potessero davvero contribuire alla riduzione della povertà e alla promozione della democrazia. In quegli anni ero all’università a studiare comunicazione e ad appassionarmi di nuove tecnologie. Questo spirito e alcune di queste nuove idee raccolte in rete mi colpirono e mi misi alla ricerca di qualche modo per metterle in pratica. Eravamo in pochi a occuparci di questi temi e per trovare qualche compagno di viaggio dovetti muovermi un po’ in giro per l’Italia. Intorno al 2002, con un gruppo di programmatori, antropologi ed esperti di cooperazione fondammo una piccola Ong, Pro-digi, e poco dopo organizzammo il nostro primo progetto in Tunisia, usando computer dismessi da pubbliche amministrazioni italiane su cui avevamo installato software libero per creare dei laboratori informatici e formare insegnanti e giovani studenti. Da allora sono passati dieci anni, in cui ho imparato che l’entusiasmo di inizio millennio era solo la versione più recente di uno spirito che ha radici ben più profonde e lontane, di un desiderio di trovare soluzioni tecniche a problemi sociali che ci portiamo dietro da molto tempo. Uno spirito che da una parte spinge ad innovare, ma dall’altra permette anche di illudersi. Ho quindi cercato di conciliare la passione per le nuove tecnologie con un’analisi più approfondita dei contesti sociali, culturali e politici in cui si inseriscono. Le nuove tecnologie a volte rischiano di rendere le persone arroganti e un po’ superficiali, mentre è importante rimanere umili e saper riconoscere i molti modi in cui società diverse hanno sviluppato le proprie tecnologie della comunicazione, da twitter alla poesia.L’Africa è un continente vasto e complesso, tanto che qualcuno lo declina al plurale "le Afriche”. Tu di quali paesi ti occupi? Come li hai scelti?Mi occupo di Africa Orientale, soprattutto Etiopia, Kenya, Sudan e Somalia. Ma ho fatto ricerca anche in Tanzania, Ruanda, Uganda e in Ghana. Il primo paese dell’Africa Sub-Sahariana in cui ho lavorato è stato l’Etiopia dove, a essere sincero, sono finito un po’ per caso. Nel 2004 partecipai a un concorso bandito dalle Nazioni Unite in Italia i cui vincitori venivano assegnati a istituzioni che avevano fatto richiesta di particolari figure professionali. In quell’anno un istituto dell’Unesco cercava esperti di nuove tecnologie e sviluppo e così sono arrivato ad Addis Abeba. E da lì ho cominciato a viaggiare verso altri paesi dell’Africa orientale e ne sono rimasto affascinato.In questi contesti, quali ti sembrano le esperienze più significative in termini di uso dell’Ict per la partecipazione politica?L’estate scorsa ero a fare ricerca in Kenya, cercando di capire come la combinazione di radio e telefoni cellulari possa aiutare la partecipazione politica. Ho passato un paio di mesi in due radio locali, una a Kibera, uno slum di Nairobi, l’altra a Kisumu, sul lago Vittoria. Quasi ogni giorno andavo nello studio e partecipavo al talk show del mattino, registrando le interazioni tra la radio e la comunità locale, attraverso telefonate e sms in trasmissione, interviste ai giornalisti e interviste agli ascoltatori, soprattutto quelli più attivi. Un po’ alla volta il rapporto che abbiamo instaurato con i giornalisti e alcuni membri delle comunità locali è diventato molto forte, ma hanno iniziato a emergere delle dinamiche abbastanza diverse da quelle che ci aspettavamo. La moltiplicazione delle radio locali e la proliferazione dei telefoni cellulari hanno sicuramente creato nuovi spazi, potenzialmente democratici, dove i cittadini possono far sentire la loro voce, ma hanno anche creato nuovi fenomeni che non rientrano in ciò che Ong e attivisti definiscono "partecipazione democratica”. Una figura diventata comune in Kenya, ad esempio, ma anche in altri paesi come il Ghana e l’Uganda, è quella del "serial caller”, ovvero colui che chiama le radio per professione e che spesso si fa pagare da uomini politici per influenzare il dibattito in una direzione o nell’altra. È un fenomeno complesso: non sempre i serial caller sono persone senza scrupoli che vogliono approfittarsi della buona fede altrui. A volte iniziano la propria carriera politica come rappresentanti di una causa all’interno della propria comunità e, dopo essere diventati figure riconosciute, vengono avvicinati da politici professionisti e cooptati. In altri casi le tecnologie hanno permesso a nuovi movimenti di incontrarsi e riconoscersi, di iniziare a sviluppare un linguaggio comune e dei riferimenti che si sono dimostrati fondamentali nel produrre importanti cambiamenti democratici. In generale è difficile capire come la tecnologia verrà utilizzata fuori da contesti specifici. Una lezione importante è non sottovalutare mai l’abilità del potere di trovare modi per riprodursi anche negli spazi più nuovi. Il potere non è particolarmente creativo, ma una volta che viene creato un nuovo spazio potenzialmente democratico ed egalitario, è spesso più abile ad appropriarsene di quanto pensiamo. Nel descrivere e analizzare la primavera araba si è posta molta enfasi sul ruolo di internet e social network nel rendere possibile e propagare la rivolta. Quali accorgimenti sono necessari, secondo te, per studiare e valutare il ruolo dell’Ict nei processi di trasformazione politica e sociale evitando le semplificazione tipo "facebook revolution”?Sotto un certo punto di vista la primavera araba è stata una twitter e facebook revolution. Non nel senso che questi social network hanno causato la protesta, ma nel senso che sono stati la tecnologia usata da una generazione per esprimere le proprie idee e coordinarsi, come in passato altri movimenti usarono altre tecnologie. Al tempo della protesta in Egitto, uno studio ha mostrato come solo lo 0,001% della popolazione egiziana faceva uso di twitter. Ma, nonostante questa percentuale minima, twitter ha svolto un ruolo importante. Un po’ di buone ricerche hanno iniziato a essere pubblicate e alcune di queste suggeriscono alcuni interessanti contributi che social network come twitter hanno dato alla protesta. Per esempio, la natura globale di twitter ha fatto sì che i media tradizionali, come il "New York Times”, ma anche nuove piattaforme, come Global Voices, e canali relativamente nuovi, come Al Jazeera English, abbiano fatto molto più uso di contenuti prodotti dagli utenti come fonti di informazione. Anche grazie a twitter, il punto di vista dei giovani egiziani e tunisini è riuscito ad influenzare l’agenda dei media internazionali più di quanto fosse stato possibile in passato. Sotto un profilo simbolico poi, twitter ha svolto un ruolo importante anche per chi non ne ha fatto uso. La primavera araba è avvenuta sull’onda lunga della rivoluzione verde in Iran del 2009, dove i media hanno iniziato ad attribuire a twitter il significato di "tecnologia della liberazione”, associandolo a una gioventù progressista. Twitter si è portato dietro questo significato anche in Tunisia e in Egitto. I simboli sono importanti. Parafrasando Robert Merton, gli è stata attribuita l’idea di una profezia che si autoavvera: in questo caso non importa che una tecnologia abbia determinati effetti o no, ma che la gente ci creda, perché già questo comporta reali conseguenze. La fiducia in queste nuove tecnologie ha motivato molte persone. In Egitto chi non faceva uso di twitter ha ringraziato la "generazione di twitter” per quello che è successo. In realtà, nei fatti, la stragrande maggioranza dei tunisini e degli egiziani si sono mobilitati attraverso il passaparola, chiamandosi al telefono e usando tecnologie decisamente più tradizionali.In diversi paesi dell’Africa Sub-Sahariana si ritrovano molti degli ingredienti alla base delle rivoluzioni arabe: regimi autoritari, una popolazione giovane con alti tassi di disoccupazione, disuguaglianza sociale... Il fatto che non siano scoppiate rivolte analoghe a quelle di Egitto e Tunisia è da attribuirsi anche a un diverso accesso e uso del web?Come ho detto prima, il potere sa appropriarsi di istituzioni e spazi democratici in modi a volte imprevedibili. Alcuni analisti africani si sono sentiti offesi dal paragone con il mondo arabo, sottolineando, spesso con buone ragioni, che l’Africa Sub-Sahariana ha aperto al multi-partitismo e a libere elezioni molto prima di tanti paesi arabi. Al tempo stesso, molti partiti al potere nell’Africa Sub-Sahariana hanno saputo trovare nuovi meccanismi all’interno degli assetti democratici post-guerra fredda per mantenere il controllo. La democrazia non è digitale, uno o zero, tutto o niente, e ci sono molti stadi intermedi possibili. Nel caso di Egitto e Tunisia la quasi totalità della popolazione aveva perso la fiducia nelle elezioni come strumento di espressione della volontà popolare, ma questo non è necessariamente il caso di molti paesi dell’Africa sub-sahariana, nonostante i gravi problemi che i processi elettorali ancora incontrano. A volte è più difficile che le espressioni di protesta provochino risultati concreti nelle democrazie che nei paesi autoritari. In democrazia è possibile per un governante far finta di non sentire la voce dei propri cittadini e rimandare alle elezioni "passate” come momento di legittima investitura, e "future” come momento in cui l’operato di un governo verrà giudicato. Spesso ad internet e alle nuove tecnologie si associano capacità di promuovere libertà e democrazia quasi a prescindere. Nel corso delle tue ricerche hai incontrato anche casi di utilizzo dell’Ict per il controllo e l’inquadramento della popolazione da parte dei governi?Certamente. Il governo dell’Etiopia ha speso centinaia di milioni di dollari per creare un sistema di videoconferenza che collega il governo centrale con le periferie dello stato e permette ai leader nella capitale di impartire ordini a burocrati e amministratori nelle zone più remote e di controllare indirettamente la popolazione. Questo sistema a volte viene usato anche come strumento per la propaganda e l’indottrinamento, altre volte per formare chi lavora per lo stato. Da una parte il governo etiope vuole promuovere il consenso con la forza, ma bisogna riconoscergli anche lo sforzo di creare uno stato più efficiente e presente sul territorio. È una situazione complessa. Ma nell’era di internet non sono solo gli stati a cui dobbiamo guardare e sui quali l’opinione pubblica internazionale deve esercitare pressioni per un uso più democratico delle nuove tecnologie. Molte compagnie private aiutano stati autoritari a realizzare apparati di controllo. Il sistema di videoconferenza di cui ho appena parlato è stato realizzato con l’aiuto di Cisco, mentre molti governi autoritari usano software prodotti negli Stati Uniti o in Europa per censurare la rete.Rispetto a questi processi, qual è il ruolo e l’influenza del governo cinese? E, più in generale, quali sono i principali assi della strategia cinese in materia di comunicazione nel continente africano?La Cina sta svolgendo un ruolo sempre più incisivo in Africa e, sotto molti punti di vista, sta cambiando le regole del gioco sia per i paesi africani sia per i paesi occidentali. Il modello attraverso il quale la Cina offre aiuto è molto diverso da quello dei tradizionali paesi donatori, come Usa e Europa. Innanzitutto solo in rari casi lo chiama aiuto. Di solito viene elargito senza condizioni, cioè la Cina non chiede ai governi a cui elargisce i fondi di impegnarsi per esempio ad aprire i propri mercati o a garantire un maggior rispetto della democrazia. Spesso le compagnie che realizzano progetti in Africa con i soldi del governo cinese sono anch’esse basate in Cina. Ad un livello più indiretto, il modello di sviluppo cinese sembra interessare a molti paesi africani che cercano di conciliare controllo e stabilità politica con la crescita economica. Va però riconosciuto che la Cina continua a presentarsi in Africa come un paese in via di sviluppo, facendo leva su questo aspetto per creare rapporti meno sbilanciati con i governi africani con cui collabora. Comunque non sembra che ci siano stati finora casi in cui la Cina abbia cercato attivamente di esportare il proprio modello. Non siamo più negli anni Sessanta in cui l’ideologia socialista era alla base dei rapporti tra Cina e Africa. Geopolitica e interessi economici sembrano essere le forze in gioco, e questo vale anche per la comunicazione. La Cina ha aiutato tanto paesi autoritari come l’Etiopia quanto paesi democratici come il Ghana a costruire le proprie infrastrutture per le telecomunicazioni. E, se negli ultimi anni i cinesi hanno moltiplicato i mezzi per comunicare con il mondo, dai canali satellitari alle agenzie di stampa, ai servizi su cellulare, lo hanno fatto più per sostenere l’immagine della Cina nel mondo, per combattere la cattiva fama della Cina che i media Occidentali trasmettono, come direbbero i giornalisti cinesi, piuttosto che per diffondere un modello.Studiare paesi lontani attraverso internet, il web e i social network può sembrare per alcuni versi più comodo e facile: si può fare da casa seduti di fronte al pc. In realtà c’è il problema della lingua, la questione di quali fasce della popolazione hanno effettivamente accesso a questi media, il rischio di sopravvalutare il loro impatto e ruolo nella formazione dell’opinione pubblica, l’interazione dei nuovi media con sistemi più tradizionali e informali di comunicazione... Tu come ti regoli?Internet come oggetto di ricerca e come spazio attraverso cui studiare le relazioni sociali, per capire come comunichiamo, come le informazioni si diffondono, cosa ci influenza e cosa ci lascia indifferenti sta offrendo opportunità straordinarie a sociologi, antropologi, economisti ecc. Le possibilità sono infinite. L’importante è, come dicevo all’inizio, ricordarsi di essere umili e che la disciplina di cui ci occupiamo e che ci appassiona ci offre solo un’immagine parziale della realtà. Per esempio, creando una mappa delle interazioni su twitter diventa possibile capire come l’informazione si diffonda e chi siano le persone chiave nella sua diffusione. Una volta capiti certi schemi, può diventare importante studiare in modo più approfondito il contenuto di queste interazioni e le persone attraverso cui avvengono. In un caso possono servire di più abilità matematiche, in un altro conoscenze linguistiche e la pazienza di un antropologo. Le ricerche collaborative, in cui persone con competenze diverse si mettono assieme per offrire sempre nuove lenti attraverso cui indagare un fenomeno, sono di sicuro le migliori. A proposito di umiltà: il caso del momento sembra essere il video Kony 2012, realizzato dall’organizzazione umanitaria statunitense Invisible Children, per denunciare i crimini di guerra commessi da Joseph Kony e dal suo Lord Resistance Army nel Nord Uganda. Il video è stato visto su YouTube da 100 milioni di persone in pochi giorni, ma al tempo stesso è stato oggetto di accuse di neocolonialismo e di semplificazione della realtà per creare un nuovo nemico pubblico cui il governo americano possa dare la caccia. Tu cosa ne pensi?Le nuove tecnologie hanno molti effetti collaterali, uno di questi, che affligge soprattutto chi è connesso, o iperconnesso, è il deficit di attenzione. Si è bombardati da troppe informazioni e il tempo per "processarle” non è mai sufficiente. E, per catturare l’attenzione, è necessario usare nuove strategie. La campagna Kony 2012 ne ha usate due in particolare. Ha cercato di rendere un conflitto lontano (e ormai a bassa intensità) più familiare per chi conosce poco l’Africa e l’Uganda. Lo ha fatto creando una narrativa semplice che tutti potessero capire, che rendesse tutti partecipi, e responsabili, di quanto succede in una zona remota da cui raramente arrivano notizie. Ma per raggiungere l’obiettivo ha dovuto mascherare la realtà, o rappresentarne solo una parte. Ha dovuto creare buoni e cattivi, nascondendo, per esempio, gli errori e le morti causate dal governo e dalle milizie ugandesi, che per proteggere i bambini in pericolo a causa dell’armata di Kony hanno creato quelli che di fatto sono campi di concentramento dove è vero che i bambini, e le loro famiglie, sono più protetti dai rapimenti, ma dove le condizioni di vita sono pessime e le malattie e le infezioni hanno fatto molte vittime. La seconda strategia è stata quella di far leva su social network come twitter per far sì che le informazioni arrivassero o da amici o da persone stimate. Così facendo non solo l’informazione, ma anche la sua fonte, sono diventati strumenti per raccogliere attenzione. Uno dei problemi di campagne come questa è che, una volta che la loro parzialità viene portata alla luce, e gli amici desiderosi di farsi promotori di una giusta causa rischiano di riscoprirsi portatori un po’ ingenui di un messaggio che non hanno saputo decifrare, è la fiducia a farne le spese. Ci si sente un po’ presi in giro, e si produce scoraggiamento. Se si promette che con un clic si può mettere fine a un conflitto è ovvio che poi la gente non veda i risultati delle proprie azioni. Perché l’obiettivo era irrealistico fin dall’inizio. In Italia siamo afflitti dall’anti-politica, ma non so se c’è una parola anche per questo fenomeno. Forse è meglio non inventarla.(a cura di Emanuele Fantini)