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Il grande balzo in avanti.

 

Una mattina dell’estate del 1971 Eugene Sydnor Jr. della Camera di Commercio degli Stati Uniti aveva sollevato la cornetta del telefono e aveva fatto un numero. All’uomo che rispose fu semplicemente detto di stilare il Decalogo della riscossa finale, la riscossa di chi già ben sappiamo. L’impazienza si era impadronita di loro, bisognava correre, perché sia negli USA che in Europa, e in particolare in Francia e in Italia, le sinistre radicali stavano debordando fuori controllo. L’avvocato Lewis Powell era l’uomo che aveva risposto a quella chiamata. Egli fu un altro e importantissimo acceleratore del piano per annullarci e sottoporci a sofferenze di

vita inutili e volute a tavolino, mentre Stati sempre più intimiditi stavano a guardare obbedienti. Powell scrisse il suo Memorandum (14), dove in sole 11 pagine egli dettò quanto segue:

 

La diagnosi: “(Noi delle destre economiche) non ci troviamo di fronte ad attacchi sporadici. Piuttosto, l’attacco al Sistema delle corporations è sistematico e condiviso”. C’è una “guerra ideologica contro il sistema delle imprese e i valori della società occidentale”. Le regole di guerra sono: primo, tornare a controllare i governi perché “pochi elementi della società

americana di oggi hanno così poca influenza sul governo come il business, le corporazioni, e gli azionisti… Non è esagerato affermare che… siamo i dimenticati”. Al fine di validare questa sua affermazione, Powell cita uno degli economisti Neoliberisti più potenti di sempre, Milton Friedman, che aveva sentenziato: “E’ chiarissimo che le fondamenta della nostra società libera sono sottoposte a un attacco su larga scala e potente – non da parte dei comunisti o da altri complotti, ma da sciocchi che si imitano come pappagalli e che nutrono un disegno che non avrebbero mai condiviso intenzionalmente”. Powell concorda: una grande parte dell’attacco veniva condotto da elementi ordinari della società americana, non tanto dai comunisti o da altri estremisti della sinistra, infatti scrisse che “Le voci più inquietanti (…) provengono da elementi assai rispettabili della società, come i campus universitari, le chiese, i media, gli intellettuali, i giornali letterari, ma anche dalle arti e dalle scienze, e dai politici”.

 

Le destre dovranno capire che “la forza sta nell’organizzazione, in una pianificazione attenta e di lungo respiro, nella coerenza dell’azione per un periodo indefinito di anni, in finanziamenti disponibili solo attraverso uno sforzo unificato, e nel potere politico ottenibile solo con un fronte unito e organizzazioni nazionali ”. Ovvero, trasformarsi in un esercito di attivisti di micidiale efficacia. Il Piano di Contiguità naturalmente deve essere incluso, poiché “L’assalto al sistema delle imprese non fu condotto in pochi mesi (…) e c’è ragione di credere che l’università è la sua singola fonte più dinamica”. Le soluzioni: “Stabilire uno staff di docenti qualificatissimi nelle scienze sociali che credano fermamente nel sistema”. E di più: “Questi docenti dovranno valutare

i testi di scienze sociali, specialmente in economia, scienze politiche, e sociologia”, e “Dovremo

godere di un rapporto privilegiato con le influenti scuole di business”.

 

Nel 1971, all’epoca degli sforzi di Powell, i media erano già centrali ai giochi del Vero Potere, ma non come esso avrebbe voluto. E l’avvocato neppure qui si perse in giri di parole: “Le televisioni dovranno essere monitorate costantemente nello stesso modo indicato per i libri di testo universitari. Questo va applicato agli approfondimenti Tv, che spesso contengono le critiche più insidiose al sistema del business”. La stampa e la radio non sfuggono: “Ogni possibile mezzo va impiegato… per promuoverci attraverso questi media”; né le riviste popolari, dove “vi

dovrà essere un costante afflusso di nostri articoli”; né le edicole, dove “esiste un’opportunità di educare il pubblico e dove però oggi non si trovano pubblicazioni attraenti fatte da noi”. Powell

prescrisse qui il boom, realmente poi avvenuto, dell’editoria popolare straripante di rappresentazioni positive dell’Esistenza Commerciale e della Cultura della Visibilità. E poi, naturalmente, gli sponsor: chi lavorava al progetto di fermare la Storia doveva essere “pagato allo stesso livello dei più noti businessmen e professori universitari”, perché “le nostre presenze

nei media, nei convegni, nell’editoria, nella pubblicità, nelle aule dei tribunali, e nelle commissioni legislative, dovranno essere superbamente precise e di eccezionale livello”. La conseguenza di questi semplici concetti sarà enorme: nacque così il mondo delle lobby moderne del potere economico, quelle che oggi eleggono i deputati pagandogli le campagne elettorali, prima che li eleggiamo noi cittadini, perché “il business deve imparare che il potere politico è indispensabile, che deve essere coltivato con assiduità, e usato in modo aggressivo se

necessario, senza imbarazzo”. E poi: “Chi ci rappresenta deve diventare molto più aggressivo… deve far pressione con forza su tutta la politica perché ci sostenga, e non dovremo esitare a penalizzare chi a noi si oppone”.

 

Va detto che non ci è possibile sapere l’esatto grado di complicità che Powell personalmente fornì ai manovratori del piano Neoclassico, Neomercantile, e Neoliberista, ma due cose sembrano certe: primo, le sue parole descrivono con incredibile precisione tutto ciò che accadde dopo, e cioè il controllo delle elite nelle università, nei media e nella politica. Secondo,

dogmi della propaganda Neoliberista che mirava a demonizzare qualsiasi ruolo centralizzato dei governi nella gestione pubblica. Ad esempio: “Non c’è consapevolezza del fatto che l’unica alternativa alla libera impresa sono vari gradi di regolamentazione burocratica della libertà individuale – che va da quella imposta dal socialismo moderato al pugno di ferro delle dittature di sinistra o di destra”. Beh, possiamo oggi affermare con chiarezza che la presente crisi finanziaria ci ha ampiamente dimostrato che cosa la mancanza di regolamentazione

burocratica della libertà individuale e la libera impresa hanno fatto a milioni di famiglie,

lavoratori, aziende e a intere nazioni.

 

 

 

 

Quattro anni dopo, altri tre uomini scattarono sulla pista della gara per il ritorno delle elite, e presero il testimone che fu di Lippmann, Berneys, Schuman, Monnet, Perroux, Hayek, Brunner, Friedman e Powell, per consegnarlo nella mani di coloro cui fu dato l’incarico di portare il Cavallo di Troia del Più Grande Crimine dentro i parlamenti delle maggiori democrazie del mondo: Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Helmut Kohl e Francois Mitterrand. I tre di cui si parla rispondono al nome di Samuel P. Huntington, Michel J. Crozier e Joji Watanuki, un americano, un francese e un giapponese. L’incarico lo ricevettero dalla Commissione Trilaterale: nasce nel 1973 quando un drappello di “Globocrati” esce dal gruppo Bilderberg che si opponeva all’inclusione dei giapponesi nelle sue fila (il Bilderberg si occupava di affari NATO e non gli andava che i nipponici ficcassero il naso negli affari militari occidentali). Fra i suoi circa 400 membri sono passati Henry Kissinger, Jimmy Carter, David Rockefeller, Zbigniev Brzezinski, Edmond de Rothschild, George Bush Sr., Dick Cheney, Bill Clinton, Alan Greenspan, Peter Sutherland, Takeshi Watanabe; Paul Volcker, Leon Brittan, John Negroponte, Condoleezza Rice, Timothy Geithner, Carl Bildt, e molti altri fra cui gli italiani citati in precedenza; più un gruppo vario di istituti finanziari, di corporations e di Fondazioni, fra cui Goldman Sachs, Banque Industrielle et Mobilière Privée, Japan Development Bank, Mediocredito Centrale, Bank of Tokyo-­‐Mitsubishi, Chase Manhattan Bank, Barclays, Royal Dutch Shell, Exxon, Solvay, Mitsubishi Corporation, The Coca Cola co., Texas Instruments, Hewlett-­‐Packard, Caterpillar, Fiat, Dunlop, the Bill & Melinda Gates Foundation, the Brookings Institution, the Carnegie Endowment, ecc.

 

Huntington, Crozier e Watanuki stilarono un rapporto con ancora idee, strategie e dettami, ma questa volta la sofisticatezza delle 227 pagine del loro The Crisis of Democracy dà i brividi. Vi si legge letteralmente tutto ciò che ci hanno fatto accadere per disabilitarci. Il titolo stesso è ingannevole, poiché non si tratta di riparare le democrazie partecipative, come sembrerebbe suggerire, ma di distruggerle. Infatti il rapporto dichiara senza mezzi termini che “alcuni dei problemi di governo negli Stati Uniti di oggi derivano da un ‘eccesso di democrazia’ (…) C’è bisogno invece di un grado superiore di moderazione nella quantità di democrazia”. E naturalmente il diritto ‘divino’ delle elite di governare noi gente comune trova in queste

pagine una giustificazione immediata quando Huntington scrive: “La democrazia è solo una delle fonti dell’autorità e non è neppure sempre applicabile. In diverse istanze chi è più esperto, o più anziano nella gerarchia, o più bravo, può mettere da parte la legittimazione democratica nel reclamare per sé l’autorità”. Parole che si congiungono in modo perfetto al piano di Schuman, Monnet e Perroux, e che hanno prestato le fondamenta all’Europa unita dell’Euro già ora

governata da una elite di burocrati super specializzati che nessuno di noi elegge.

 

I tre autori scrissero le loro istruzioni su come le elite avrebbero dovuto procedere in termini chiarissimi, e con una premonizione straordinaria: “Il funzionamento efficace di un sistema

degli anni ’60, nda) ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-­ democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene”. Ed è stata proprio questa apatia che fu indotta sulle masse dell’Occidente per mezzo di una operazione massmediatica enorme e dell’esplosione del consumismo, deviandole dall’attivismo democratico, drogandole così che non vedessero più i loro reali bisogni e i loro diritti. Come ha scritto David Bollier “Potrà una società che si è così gettata su una eccessiva commercializzazione funzionare ancora come una democrazia deliberativa? Potrà il pubblico ancora trovare e sviluppare la sua voce sovrana? O, viceversa, il suo carattere è stato così profondamente trasformato dai media commerciali da stroncarne per sempre l’abilità di partecipare alla vita pubblica?”(15) Qui The Crisis of Democracy mostra la medesima mentalità che portò Lippmann a chiamare i cittadini “gli outsider rompicoglioni”, prova ulteriore del gemellaggio ideologico degli attori di questo piano.

 

Essi infatti proclamarono che “la storia del successo della democrazia… sta nell’assimilazione di grosse fette della popolazione all’interno dei valori, atteggiamenti e modelli di consumo della classe media”. Cosa vuol dire? Significa che se si vuole uccidere la democrazia partecipativa dei cittadini mantenendo in vita l’involucro della democrazia funzionale alle elites, bisogna farci diventare tutti consumatori, spettatori, piccoli investitori. L’involucro della democrazia fu salvato, il suo contenuto, cioè noi cittadini partecipativi, fu annientato.

 

Ora attenzione a quanto segue: ogni idea di Stato Sociale che “avrebbe dato ai lavoratori garanzie e avrebbe alleviato la disoccupazione” veniva tacciata dai tre autori di essere “una deriva disastrosa… poiché avrebbe dato origine a un periodo di caos sociale”. Che il lettore s’imprima nella memoria queste parole, poiché esse detteranno una delle più criminose decisioni politiche della Storia occidentale moderna voluta dalle elite, quella di creare artificiosamente grandi sacche di disoccupati, sottoccupati, e precari – con le immense sofferenze che ne conseguivano – solo per poterci controllare meglio, e sfruttare meglio. Non per cause di forza maggiore economiche. Sapevano che gli Stati a moneta sovrana avrebbero potuto creare la piena occupazione senza problemi in tutto il mondo, ma ciò gli avrebbe sottratto il potere. Dovevamo soffrire.

 

Il rapporto attacca lo Stato Sociale anche perché, sostengono gli autori, la spesa sociale può causare un’inflazione disastrosa: “L’inflazione (…) potrebbe essere esacerbata dalle politiche democratiche, e risulta molto difficile per i sistemi democratici tenerla sotto controllo. La tendenza naturale delle pretese politiche possibili in un sistema democratico aiuta i governi ad affrontare i problemi delle recessioni economiche, prima di tutto la disoccupazione, ma gli

impedisce di controllare l’inflazione con efficacia. Di fronte alle richieste del business, dei sindacati e dei beneficiari della generosità governativa, diventa quasi impossibile per i governi democratici ridurre la spesa, aumentare le tasse, e controllare i prezzi e gli stipendi. In questo senso l’inflazione è la malattia economica delle democrazie”. Niente meno. Notate l’uso specifico delle parole “generosità governativa” contrapposte alle virtù del “ridurre la spesa,

aumentare le tasse, e controllare i prezzi e gli stipendi”, associate alla minaccia finale di inflazione. Questi principi sono precisamente il credo fondamentale e gli spauracchi degli

economisti Neoclassici, Neomercantili e Neoliberisti, che abbiamo in parte già visto.

 

E per rimanere nell’ambito dei pericoli che la democrazia pone al governo delle elite, i tre autori individuano nel radicalismo delle idee di sinistra lo strumento principe che anima le lotte dei lavoratori. Qui è Samuel P. Huntington a scrivere righe inquietanti sull’ideologia radicale, sostenendo che “quando essa perde forza, diminuisce il potere dei sindacati di ottenere

risultati”, e infatti la concertazione “… produce disaffezione da parte dei lavoratori, che non si riconoscono in quel processo burocratico e tendono a distanziarsene, e questo significa che più i sindacati accettano la concertazione più diventano deboli e meno capaci di mobilitare i lavoratori, e di metter pressione sui governi”. Parole che preconizzarono con estrema lucidità una delle epoche più infami dei rapporti fra Vero Potere e mondo dei lavoratori/cittadini, quella che nel giro di pochi decenni porterà i sindacati dalla loro storica tradizione di lotta per ottenere sempre maggiori diritti, alla miserevole condizione odierna, dove essi ormai possono solo contrattate sul grado di abolizione dei diritti.

 

Concludo il capitolo su The Crisis of Democracy citando il vano tentativo di Ralf Dahrendorf di criticare il contenuto anti sociale e anti democratico di questo rapporto, leggibile proprio nella discussione pubblicata in appendice a esso. Egli lanciò un monito ai governi affinché “evitino di credere che il progresso che hanno resto possibile per grandi masse di cittadini deve ora essere disfatto perché è scomodo per alcuni. Va evitato di credere che un po’ più di disoccupazione, un po’ meno istruzione, un po’ più di disciplina e un po’ meno libertà di espressione renderanno il mondo un luogo migliore, in cui sarà possibile governare con efficacia. Invero, credo che questo tentativo di riportare indietro il progresso della storia per ricreare lo stato di cose che ci siamo fortunatamente lasciati alle spalle è in molti aspetti incivile, davvero primitivo”. Sappiamo oggi che le sue parole furono spettacolarmente ignorate. Non ci consola che già allora questo intellettuale avesse così lucidamente compreso ciò che sto divulgando in questo saggio, che io chiamo “il ritorno delle elite al potere assoluto che avevano perduto”, e che lui definisce con parole più eleganti come appunto “riportare indietro il progresso della storia per ricreare lo stato di cose che ci siamo fortunatamente lasciati alle spalle”.