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I primi attori.

 

Il ritorno a un potere quasi assoluto delle elite, si è già detto, fu perfezionato dagli anni ’70 in poi. Il loro scopo supremo era di frapporre un muro fra le funzioni sovrane delle democrazie dei cittadini e il potenziale di creazione di ricchezza della Moneta Moderna che queste democrazie avrebbero potuto usare nell’interesse pubblico. Tuttavia, il retroterra del moderno assalto delle elite contro il bene comune fu preparato nelle quattro decadi precedenti e deve essere spiegato se uno vuole comprendere tutti gli eventi successivi.

 

I primi attori si possono già trovare nell’intervallo fra la prima e la seconda guerra mondiale. In quegli anni le preoccupazioni più stringenti delle elite non erano di natura puramente economica, almeno non del tutto. Invece, il fenomeno che esse consideravano come più preoccupante per i loro piani era… la gente, noi, seguito naturalmente dalla nascita delle democrazie e degli Stati sovrani, come già detto. Giustamente le elite compresero che il singolo elemento meno controllabile nel quadro degli storici cambiamenti di quell’epoca erano le masse, che crescevano enormemente e che mostravano desideri democratici sempre

crescenti, accompagnate dal progresso del socialismo. Gli Stati erano affrontabili: dopotutto a quei tempi i politici provenivano quasi esclusivamente dalle fila della classe dirigente elitista. Ma la gente no, doveva essere messa sotto controllo con fermezza e questo non era semplice in un’epoca che non avrebbe più tollerato i massacri, la tortura e la brutalità medievale senza limiti come metodi per controllare i popoli. A fornire le idee per l’ottenimento di questi scopi furono cinque uomini, eccoli.

 

Si chiamavano Walter Lippmann, Edward Berneys, intellettuali americani; Robert Schuman, Jean Monnet, Francois Perroux, politici ed economisti francesi. Negli anni compresi fra il 1920 e il 1945 essi, indipendentemente gli uni dagli altri, partorirono le idee per il ribaltamento di

250 anni di Storia. Ripeto: si doveva annientare il Tridente, esso era il pericolo assoluto per le moderne oligarchie assolutiste, cioè annientare Stati, leggi e cittadini. Questi ultimi erano la massa pachidermica che sedeva nel mezzo del loro percorso di riscatto, e alla sua neutralizzazione pensarono Lippmann e Berneys. Considerati al loro tempo come intellettuali

‘progressisti’, le cui idee arrivarono contigue persino all’amministrazione Kennedy, essi sapevano bene che i tempi delle baionette e della Cayenna erano finiti, ahimè, e altro bisognava inventarsi per riportare il popolo alla sua ‘giusta’ posizione ai margini. Lippmann si espresse senza mezzi termini nel definire chi siamo noi cittadini: dei “meddlesome outsiders” (7), ovvero degli outsider rompicoglioni. Nulla di meno: noi persone e famiglie eravamo ai suoi occhi un’appendice fastidiosa fra i ‘cosiddetti’ del Potere. Già nel 1914 questo uomo aveva lasciato scritto nelle pagine del suo Drift and Mastery come il crescente potere del popolo minacciasse l’ordine capitalistico. Fra l’altro, sarà proprio in occasione di una conferenza europea nel 1938 in cui Lippman era ospite d’onore che il termine Neoliberismo fu coniato per definire il gran riscatto dei liberisti economici messi in ombra dal Tridente fin dagli albori del XX secolo (8).

 

In Europa, Schuman e Monnet ricalcavano alla perfezione quei concetti quando sostenevano che il sistema futuro avrebbe dovuto essere una gerarchia di ordini con supremazia assoluta delle elite sulla “massa ignorante”. Ma furono le idee dei due americani a fare il grosso del lavoro. Essi s’inventarono l’arma letale, quella che in pochi anni avrebbe realmente disabilitato la partecipazione democratica dei cittadini, intontendoli, drogandoli, eliminandoli dalla scena. Eccovi sfornate l’Esistenza Commerciale e la Cultura della Visibilità massmediatica, che erano le due ammiraglie dell’industria della fabbricazione del consenso per cui i due statunitensi sono passati alla Storia. Come si vedrà più avanti, questi concetti furono poi ripresi e rilanciati con assoluto vigore da altri uomini, per approdare a ciò che chiunque di noi oggi ha davanti a sé: masse inerti di cittadini che a milioni e milioni agiscono come robot la cui unica aspirazione è acquistare oggetti e adorare i ricchi e i famosi, anche quando le loro condizioni di vita obiettive sono ormai al limite della schiavitù, incapaci di un guizzo di attivismo persino quando sono minacciati dalla malattia terminale o dalla distruzione delle sopravvivenza della specie. Dell’Esistenza Commerciale e della Cultura della Visibilità massmediatica sottolineo solo alcuni cardini, mettendo però in rilievo il micidiale coordinamento con cui agiscono: la prima porta gli individui a impiegare una fetta sempre crescente del loro tempo per acquisire mezzi per acquisire beni che gli acquisiscano autostima. Il motivo per cui vi è questo opprimente bisogno di confermare l’autostima sta nella seconda, che fin dalla più tenera età insegna ai cittadini che per Essere si deve essere Visibili, cioè contare, cioè essere ‘qualcuno’. I Visibili possono, ottengono, sono amati da molti e rispettati, hanno personalità riconosciute, sono vincenti, gli è permesso tanto. I non visibili non sono, proprio non esistono, non contano, non hanno potere, di amore ne vedono pochissimo, sono indistinguibili, sono la ripugnante massa, essi pagano sempre tutto, non gli

sono concesse scappatoie. E chi si sente la massa non si piace, poiché viene perennemente sospinto al paragone coi Visibili dal martellamento massmediatico. Questo gli distrugge l’autostima. Ma senza autostima un essere umano non respira, soffoca, farà di tutto per ottenerla, si sente cioè una nullità. Ed ecco che di nuovo torna in gioco l’Esistenza Commerciale, che sussurrerà all’orecchio degli invisibili che se si vestiranno in un certo modo, che con quell’auto, che frequentando quel locale o acquisendo oggetti a ripetizione, ma ancor più se riusciranno a far parlare di sé, essi si avvicineranno ai Vip, ai Visibili, e la loro autostima sarà risollevata dalla polvere della massa. Non è necessario qui elencare i conseguenti comportamenti di milioni di esseri umani, che si perderanno nello sfoggio di un certo paio di occhiali o nella corsa al denaro, persino nell’uso della violenza demenziale (uomini) e nell’umiliazione del proprio genere (le donne) pur di apparire o di esser citati una

volta nella vita in Tv. Prede cioè senza speranza della trappola sopra descritta. Si aggiunga poi che, nello sforzo economico per accedere alle simulazioni di visibilità, gli individui s’impegneranno in ogni sorta di trappola finanziaria che in un circolo vizioso li incatenerà al sistema che li vuole annientare.

 

In questo processo le persone smarriscono ogni indipendenza di pensiero e di comportamento terrorizzate di perdere quel fittizio treno dell’autostima, ma soprattutto la loro energia mentale e di vita sarà quasi o spesso interamente assorbita, cioè annullata, da quello sforzo. La fine dei cittadini partecipativi. Oggi infatti, l’Italia che con mezzi di comunicazione rudimentali e governata da un monoblocco di potere ecclesiastico metastatizzato ovunque riuscì a ribaltare il proprio destino con divorzio e aborto, cioè l’Italia che partecipava, è un sogno talmente remoto che non è raro trovare giovani nati anni dopo che stentano a crederci. Oggi, nell’era dell’apatia istupidita di lavoratori e sindacati a fronte della precarizzazione del lavoro – attenzione: hanno precarizzato una condizione essenziale alla sopravvivenza dell’essere umano, esattamente come se ci avessero precarizzato i globuli bianchi, hanno cioè “reso plausibile l’inimmaginabile” – il fermento delle classi lavoratrici che permisero a Giacomo Brodolini e Gino Giugni di emanare in Italia il più avanzato Statuto dei Lavoratori di tutto l’Occidente (02/05/1970) sembra una fantasia. Oggi, a fronte dell’erosione degli stipendi reali in tutte le nazioni del G8 (negli USA ristagnano dal 1973 ininterrottamente) con picchi di povertà in crescita fino a oltre l’11% della popolazione, ben

12.000 miliardi di dollari sono stati regalati a una cricca di criminali bancari che ci ha appena rovinati (sono 800 finanziarie italiane messe assieme); ciò è accaduto senza che un singolo scontro fra cittadini e polizia avvenisse a Roma, New York o Berlino. Questo siamo noi ora, noi “meddlesome outsiders”. In altre parole, il piano Lippmann e Berneys ha trionfato: siamo ai margini, inebetiti, ci hanno eliminati. Non so se i lettori si rendono conto della gravità di questo.

 

 

 

Mancavano le altre due punte del Tridente, gli Stati e le leggi. Qui fu il piano di Robert Schuman e Jean Monnet a portare un tocco assai più micidiale al progetto delle elite internazionali. Specificamente, i due economisti francesi curavano gli interessi di un conglomerato industriale franco-­‐germanico (che si badi bene è ancora oggi il padrone di fatto dell’Europa, colui che ne guida i destini), il quale mirava a dominare le industrie europee imponendo il proprio volere in Italia, Portogallo, Spagna, nei Paesi scandinavi e nel Benelux. Costoro sognavano negli anni precedenti la seconda guerra mondiale una struttura continentale dove grandi masse di lavoratori sottopagati, fluttuanti in vari Stati i cui governi lasciavano briglia sciolta al business senza troppo interferire, garantissero costi di produzione bassi rendendo quel blocco economico una potenza mondiale delle esportazioni. Neomercantilismo puro e semplice. Naturalmente, al fine di rendere in stato di quasi schiavitù quei lavoratori occorreva mettere in pratica una serie di misure economiche atte a mantenere

bassa l’inflazione (cioè impedire agli Stati sovrani di spendere a deficit a favore del popolo), a soffocare i consumi dei cittadini e creare quindi deflazione (cioè pochi spendono e i prodotti rimangono invenduti sui mercati), e a tenere tutti in un perenne stato d’incertezza economica attraverso finzioni e falsi allarmi. Infine, la cosa più importante era di arrivare a esautorare i governi stessi, renderli più piccoli e ricattabili. Ma per fare cose di questa posta, particolarmente nel pieno dell’epoca del trionfo delle democrazie partecipative, si rendeva necessario un piano epocale di una intelligenza al limite del diabolico. Lo ottennero. Esso porterà il nome di Unione Europea e Unione Monetaria Europea. Non per nulla fu proprio dal cosiddetto ‘piano Schuman’ che nascerà nel 1951 la prima forma larvale di unione europea, cioè la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio). Ma come già accennato,

l’elemento cruciale di questa strategia era di privare gli Stati della loro sovranità monetaria, della ‘Gallina dalle Uova d’Oro’, e dunque ecco spuntare il quinto uomo nella preparazione del piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista: l’economista francese Francois Perroux.

 

Avete un’idea di quando furono pensati l’euro e la Banca Centrale Europea (BCE)? Sapete con quale finalità esatta? Sappiamo che il trattato fondamentale della moderna Unione Europea è quello di Maastricht del 1993. Esso mise le basi anche per la futura moneta unica. Possiamo allora immaginare che furono gli anni ’80 a partorire l’euro e la BCE? No. Euro e BCE furono il parto della pianificazione di Francois Perroux nel 1943. La motivazione? Quella che ci hanno venduto solo pochi anni fa politici e giornalisti è stata l’ovvia menzogna della creazione di una moneta forte come sfida all’egemonia del dollaro. Nella realtà lo scopo era diametralmente opposto: Perroux, e altri che vedremo fra poco, volevano togliere agli Stati il potere di gestire la propria moneta sovrana come condizione essenziale per distruggerli, perché senza la capacità di emettere moneta “lo Stato perde interamente la sua ragion d’essere” (9). Vale la pana citare qui una frase detta da uno dei padri dell’Euro, il francese Jacques Attali, all’economista Alain Parguez durante un incontro privato, e che Parguez mi ha personalmente riferito. Attali sbottò “E cosa credeva la plebaglia europea, che l’Euro fosse e stato fatto per la loro felicità?”. Se poi a questa frode drammatica, del tutto avveratasi l’1 gennaio 2002 nei 17

Stati più ricchi d’Europa, si aggiunge anche l’idea dei pianificatori di creare corpi

sovranazionali col potere di imporre leggi, regole e ricatti di ogni sorta e tipo agli Stati e ai

loro parlamenti e/o sistemi giudiziari, col potere persino di scavalcare le Costituzioni degli

Stati – divenuta realtà con l’Unione Europa, il Trattato di Lisbona, l’Organizzazione Mondiale

del Commercio – allora diviene chiaro come essi furono in grado di portare a compimento un

disegno egemonico che appariva grottescamente impossibile anche solo 40 anni fa. Appare

chiaro come riuscirono a distruggere le rimanenti due punte del Tridente, cioè gli Stati e le

leggi.

 

 

 

Va ricordato ai lettori che in quelle decadi fatidiche che vanno dagli anni ’20 del XX secolo agli anni ’50, mentre i sopraccitati ordivano ciò che sappiamo, il mondo occidentale viveva al contrario proprio lo sbocciare d’idee e di sistemi economici perfettamente conseguenti al progressivo trionfo del Tridente per 250 anni consecutivi. Furono gli anni delle nascite degli Stati sociali, il welfare, dell’organizzazione in massa del sindacalismo, dell’intervento dello Stato nelle economie per creare ricchezza, ed è superfluo citare il New Deal di Roosevelt negli USA o le grandi nazionalizzazioni in Europa. Ma si ricordi anche il tentativo di riscossa dei Paesi del Terzo Mondo che passò dagli esordi della conferenza dei Paesi non allineati a Bandung nel 1955, alla nascita in sede ONU del New International Economic Order nel 1974, cioè lo scatto di dignità del Sud del mondo per difendere i diritti fondamentali dei poveri e riacquisire le loro ricchezze naturali depredate in secoli di colonialismo. A fornire un impianto scientifico economico a questo fermento eccezionale erano le idee in particolare di un economista inglese di nome John Maynard Keynes. Keynes aveva partorito veramente un altro

mondo possibile, aveva pensato a tutto con una competenza e con un rigore accademico encomiabili, ed ebbe giustamente un grande successo per qualche anno in buona parte del mondo, influenzando schiere di economisti e relativi governi. Per esempio, Keynes aveva immaginato la creazione di un’organizzazione mondiale per regolamentare i commerci chiamata International Trade Organization (ITO), una banca centrale mondiale chiamata International Clearing Union (ICU), e una valuta per i commerci da estendere a tutti i Paesi chiamata Bancor. In breve: l’ITO metteva al centro dei suoi principi la piena occupazione e lo sviluppo sociale, non solo i profitti, riconoscendo la Carta dell’ONU; gli standard lavorativi migliori erano da rispettare ovunque; gli investimenti esteri venivano disgiunti dal ricatto

politico; le nazioni povere potevano usare il protezionismo per difendere le proprie economie fragili, mentre i ricchi non potevano più truccare i prezzi dei propri prodotti agricoli con i sussidi di Stato che tagliano le gambe ai produttori del Sud che non li possono avere. Ma ancor più geniale era il funzionamento dell’ICU e del Bancor. Come sapete, una delle più gravi storture delle economie viene soprattutto dal fatto che ci sono Paesi che vendono tanto ma importano poco, e quelli che vendono poco ma devono importare tanto. I primi incassano troppi risparmi, i secondi s’indebitano fino alla rovina in certe condizioni. Keynes aveva la soluzione per questo problema: il Bancor diveniva la moneta obbligata per gli scambi commerciali, e tutte le nazioni alla fine dell’anno avrebbero portato i propri conti alla ICU; quelle che avevano venduto troppo e comprato troppo poco erano multate, e così quelle che avevano fatto il contrario; ma la novità era che venissero punite anche le prime, e aveva senso, perché esse non comprando finivano per impoverire altri Paesi che di conseguenza non vendevano. La soluzione per i multati era virtuosa: chi comprava troppo poco correva a comprare da chi vendeva troppo poco, e viceversa. Pareggio. Come si può capire, il modello Keynesiano era basato sul principio sacrosanto che l’interesse della collettività viene sempre per primo, conviene a tutti. In particolare poi, egli sposava appieno la teoria della spesa a deficit dello Stato a moneta sovrana come arricchimento dei cittadini.

 

Ma la sconfitta del nuovo mondo possibile di Keynes era segnata. Essa trovò il suo inizio in un evento di grande rilevanza economica mondiale, cioè la conferenza per gli assetti monetari internazionali di Bretton Woods del 1944. Senza dilungarsi nei dettagli, basti sapere che essa decreterà la fine del gold standard (sistema aureo) per diverse monete nel mondo eccetto che per il dollaro che rimase convertibile in oro, mentre le altre monete venivano agganciate ad esso (il gold standard è in vigore quando una moneta può essere convertita in oro su richiesta del cittadino in qualsiasi momento, letteralmente uno può recarsi in banca ed esigere un pezzetto di oro per le banconote che ha in tasca – essere agganciati al dollaro significa che una data unità della propria moneta viene cambiata sempre per lo stesso valore in dollari). Seduti al tavolo negoziale uno di fronte all’altro vi erano John Maynard Keynes e l’economista americano Harry Dexter White, ovvero due mondi inconciliabili, due visioni dell’umanità all’opposto, due destini per tutti noi totalmente diversi. Keynes ne uscì sconfitto, con l’innesco di un effetto domino che ne emarginerà le idee progressivamente nei successivi trent’anni fino alla loro sparizione, lasciando la strada libera al devastante progetto di Lippmann, Berneys, Schuman, Monnet e Perroux.

 

Ma questo periodo vide anche la nascita di un altro gruppo di eminenti prelati della riscossa delle elite e che non possono essere tralasciati. Si devono citare Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek (il celebrato autore di The Road to Serfdom), Jacques Rueff, Raymond Aaron fra gli altri, e va ricordata la loro prima ‘chiesa’ europea che si chiamò Mont Pèlerin Society nel 1947. Ciò che avevano in comune era un’avversione per qualsiasi cosa assomigliasse a un intervento statale in economia e per qualsiasi cosa avesse detto e scritto John Maynard Keynes, che

odiavano. Detto ciò, si noti che già allora il loro approccio alle funzioni dello Stato era impregnato di quello che oggi conosciamo come “Lemon Socialism” (Krugman, 2009): in esso i governi devono intervenire solo per mantenere un ordine sociale a vantaggio del Libero Mercato, e in particolare per salvare dalla bancarotta le elite quando esagerano nei loro giochi finanziari criminosi, attraverso iniezioni massicce di denaro pubblico (inteso non come denaro da tasse, ma denaro che i ministeri del Tesoro avrebbero potuto impiegare per spese a favore dei cittadini).