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La manovra finanziaria 2011 è stata approvata circa un mese fa (Legge 111 del 15/07/2011 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16/07/2011), ma già è stata varata una manovra bis! Siamo convinti che la manovra e la manovra bis avranno pochi effetti. Siamo già in crisi e le manovre 1, 2 e le altre che verranno aggraveranno la crisi.


Tutte queste manovre stanno gettando i presupposti per una ulteriore svendita dei beni italiani: la riserva d’oro italiana, la quarta per grandezza al mondo, grandi imprese pubbliche ancora in mano allo stato, alcune delle quali già privatizzate parzialmente, le imprese municipalizzate, quelle che danno sempre grandi profitti, come la raccolta dei rifuti, o la distribuzione dell’acqua.



Stiamo attenti, che in certi paesi, per esempio in Bolivia la privatizzazione dell’acqua arrivò al punto che ai boliviani più poveri non solo venne negato l’allaccio all’acqua potabile ma vennero costretti a pagare, anzi prepagare per riempire alla fonte i secchi d’acqua. Per poter prelevare l’acqua alla fonte, tramite un secchio, dovevano prima aver pagato la quota prevista!

A tutto questo vanno aggiunti i beni del demanio pubblico, che fanno gola a molti privati. Qualcuno dirà che sulla base delle attuali leggi non è possibile vendere i beni del demanio. Poveri illusi!

Tutti hanno parlato dei tagli e delle nuove tasse, ma nessuno ha messo in evidenza ciò che di losco, veramente losco si nasconde nella finanziaria.

Invito a leggere il comma 18 dell’articolo 10 della Legge 111 del 15/07/2011. Il comma in questione recita esattamente:

I crediti, maturati nei confronti dei Ministeri alla data del 31 dicembre 2010, possono essere estinti, a richiesta del creditore e su conforme parere dell'Agenzia del demanio, anche ai sensi dell'articolo 1197 del codice civile”.

Dalla lettura sembra intendersi che i debiti che ha lo stato (che al momento ammontano complessivamente a circa 1.900 miliardi di euro, possono essere estinti, quindi pagati su richiesta del creditore. Qui sorge il primo problema: un creditore si presenta allo stato (al ministero) e chiede il saldo dei debiti. Lo stato (il ministero), in base a questo comma li estingue. Ma con quali soldi o per meglio dire come paga il creditore? Dato che il comma prosegue con la dicitura “su conforme parare dell’Agenzia del demanio” si intuisce che i debiti potranno essere estinti su richiesta del creditore cedendo beni del demanio; se non fossimo in presenza di beni del demanio non ci sarebbe stato bisogno del parere dell’Agenzia del demianio! E’ giusto?

Il comma conclude rimandando all’articolo 1.197 del codice civile, che a sua volta recita:

“Il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta (1320). In questo caso l’obbligazione si estingue quando la diversa prestazione è eseguita. Se la prestazione consiste nel trasferimento della proprietà o di un altro diritto, il debitore è tenuto alla garanzia per l’evizione e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita (1483 e seguenti, 1490 e seguenti), salvo che il creditore preferisca esigere la prestazione originaria e il risarcimento del danno. In ogni caso non rivivono le garanzie prestate dai terzi”

Quest’articolo del codice civile è tirato in ballo per giustificare il fatto che il creditore che ha prestato soldi allo stato, invece di ricevere i soldi, possa ricevere una prestazione differente, ossia un bene del demanio. Il codice civile dice che se una persona contrae un debito in denaro non può liberarsi del debito restituendo cose differenti dal denaro, anche se fossero cose di pari valore o addirittura di valore superiore, salvo che il creditore sia d’accordo.

Praticamente con questa finanziaria a parte i tagli e l’aumento delle tasse si stanno dettando i presupposti per poter pagare i creditori con un bene del demanio, una spiaggia ad esempio. L’attuale governo, qualche termpo fa non aveva pensato ad esempio di “fare cassa” dando in concessione le spiagge? L’idea venne ritirata per la diffusa avversione dell’opinione pubblica. Oggi tale possibilità è stata introdotta nel silenzio più assoluto dei media ufficiali.

La cosa si presenta in maniera ancora più losca perchè la norma in questione sembra aprire la strada ad una trattativa diretta tra debitore e stato (ministero), eliminando anche la regola dell’offerta più vantaggiosa, essendo necessario il solo parere favorevole dell’agenzia del demanio. Io credo che siamo di fronte alla privatizzazione del patrimonio artistico e paesaggistico del Belpaese.

Il fine ultimo del debito pubblico è l’appropriarsi, da parte di ristretti e potenti gruppi economici, di imprese, beni e patrimoni dello stato. Il privato, per quanto economicamente molto potente, mai sarebbe riuscito ad appropriarsi di determinati beni pubblici senza la scusa del debito pubblico.

Solo la scusa di un enorme e impagabile debito pubblico può portare perfino alla vendita ed alla svendita dei beni del demanio pubblico. L’opinione pubblica non si oppone, anzi finisce per favorire azioni del genere, pena la necessità di sborsare di tasca propia ulteriori tasse.

Inoltre, ci sono imprese in cui nessun privato, neppure il più potente potrebbe mai pensare di entrare. E’ sufficiente pensare alla costruzione della capillare linea ferroviaria o la capillare linea telefonica. In Italia, quando si iniziò a costruire la linea ferroviaria nessun privato avrebbe mai potuto pensare di costruirla! Così come nessun privato sarebbe stato in grado di realizzare la Telecom, ex SIP.

Queste imprese colossali è in grado di realizarle solo lo stato, avendo la possibilità di trovare gli enormi finanziamenti necessari attraverso i crediti garantiti dallo stato. Come si arriva alla vendita o meglio alla svendita della Telecom, ex Sip? Una volta che lo stato ha terminato l’opera ed è un’opera che da frutti, grossi guadagni, il privato riesce ad entrarne in possesso grazie al problema del debito pubblico.

Quando il debito è enorme, impagabile, lo stato deve vendere le proprie imprese e tutto quanto ha disponibile. Il gruppo economico interessato all’acquisto, per poter entrare in possesso dell’impresa pubblica in questione, o meglio controllare totalmente l’impresa non deve neppure sborsare l’intera quota, essendo suficiente, in una società per azioni, essere in possesso della quota di maggioranza. Pensate al gruppo che è riuscito a controllare la Telecom, ex Sip.
Il problema dell’Italia è duqnue grave, dato che ha debiti accumulati per 1.900 miliardi di Euro, che rappresentano il 120% del PIL, quota destinata a crescere.

Con le manovre in atto si finirà per: aumenatre il fallimento delle imprese o accellerare la fuoriuscita delle imprese dall’italia, verso quei territori che permettono maggiori guadagni; aumenterà la disoccupazione; diminuiranno gli introiti sia diretti che indiretti. Conclusione: il PIL si contrae, il debito aumenta percentualmente sul PIL, ma continuerebbe ad aumentare anche se il bilancio fosse in pareggio per via dell’aumento degli interessi sul debito, che continuano a crescere.

L’alto debito pubblico è dunque la gisutificazione per svendere quanto è rimasto da svendere e perfino, come visto, si cederanno i beni del demanio pubblico, fino alla cessione delle imprese municipalizzate, quindi alla privatizzazioen dell’acqua e non ci sarà nessuna opinione pubblica contraria.

E’ già successo, anche in Italia, negli anni novanta e succederà ancora. Si stanno dando tutti i presupposti. Tra l’altro la reazione degli italiani è ormai compromessa da decenni di attività di instupidimento operata della televisione privata. Ovviamente sto parlando di reazione immediata. Successivamente, quando l’italiano si ritroverà non solo privato di una fonte di reddito, derivante dal lavoro, ma anche di quei meccanismi di protezione e di assistenza che allo stato attuale gli impediscono di rendersi conto del problema cui stanno andando incontro (pensione, sanità, educazione, ecc…), necessariamente spinto dai rimorsi della fame saranno costretti a ribellarsi.

Oggi l’italiano non protesta perchè comunque ha la pancia piena, grazie alla pensioni delle generazioni passate, ai risparmi del passato, all’assistenza sanitaria gratuita, ecc…; ma tutto questo sta per terminare. Necessariamente si va incontro ad esplosioni sociali, come ci insegna la storia. Naturalmente quando le esplosioni sociali saranno forti, il ricorso alla dittatura sarà inevitabile. Solo un regime forte, dittatoriale, fascista può operare una dura repressione, non certo una democrazia, sia pure solo formale come quella italiana.

Ricordiamo un attimo il passato recente. L’Italia aveva un grande patrimonio costituito dalle imprese pubbliche ed aveva l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, che gestiva le imprese pubbliche.

L’IRI per anni è stata una delle più grandi aziende del mondo, oggi diremmo multinazionale, superata solo da alcune multinazionali statunitensi. Ancora nel 1992 era l’azienda con il maggior fatturato (vedasi articolo del Corriere), equivalente a circa 40 miliardi di Euro e nel 1993 era ancora al settimo posto al mondo per fatturato.

Le aziende dello Stato, le aziende IRI, facevano profitto ed erano ovviamente molto appetibili dal grande capitale. Le imprese pubbliche non solo producevano, vendevano e davano lavoro, ma erano anche fonte di grossi introiti per lo stato. Come si giustificò la sua vendita o meglio la svendita? Semplice: si disse che l’Italia aveva il grosso problema del debito pubblico e per ridurlo era necessario vendere qualcosa. Ovviamente il privato non compra carrozzoni, imprese che danno perdite, ma solo imprese che fanno guadagnare, soprattutto se fanno guadagnare molto.

Per poterle vendere (o per meglio dire per poterle comprare con lo sconto, diciamo così, o al prezzo più basso possibile) era necessario farle apparire come imprese in crisi. A capo della gestione delle imprese pubbliche italiane venivano posti gli amici o gli amici degli amici del grande capitale interessato ad acquistare; questi illustri gestori della cosa pubblica al fine di imporre la tesi che le imprese statali andavano vendute perchè allo stato non apportavano benefici, facevano di tutto per creare queste perdite. Gli amici e gli amici degli amici del grande capitale invece di serivire l’Italia ed il popolo italiano servivano il grande capitale.

Conclusione: grazie a queste manovre tese a svalorizzare le imprese pubbliche, il grande capitale potè acquistare le migliori imprese italiane a prezzi di svendita (vedasi: Il sacco d’Italia).

Dunque, l’Italia vendeva perchè aveva bisogno di ridurre il debito pubblico ed allo stesso tempo faceva dei grossi affari – ci dicevano – perchè si stavano vendendo dei carrozzoni che davano solo perdite e tutti erano felici e contenti.

Quando mai il capitale privato acquista carrozzoni? L’Italia vendette i suoi gioielli e momentaneamente, grazie ai quattro soldi di questa svendita, ridusse per quegli anni il debito pubblico.
Negli anni successivi, dato che la política non è mai cambiata (ossia ha continuato a macinare deficit di bilanci) ed allo stesso tempo sono mancati gli introiti delle imprese pubbliche svendute, il debito è velocemente salito a circa il 120% del PIL ed il futuro è irrimediabilmente compromesso.

I politici di turno hanno continuato a gestire la cosa pubblica esattamente come prima, spendendo più di quanto avessero a disposzione, ossia creando annualmente dei deficit, coperti ovviamente con nuovi debiti (i Buoni del tesoro o Bond per la sua sigla in inglese).

Tra l’altro la recente nata Unione Europea, al servizio unicamente del grande capitale, imponeva che si continuasse a vivere facendo deficit; infatti, con la regola che il deficit non potesse superare il 3%, stava dicendo che gli stati potevano e dovevano spendere più di quanto avessero a disposizone, altrimenti se avesse voluto bilanci senza deficit, avrebbe imposto la regola del pareggio di bilancio.

Lasciando liberi gli stati di accumulare annualmente un 3% di debiti, la UE e chi stava dietro sapeva benissimo che in dieci anni gli stati si sarebbero ritrovati con deficit minimi del 30%, da aggiungere a quelli pregressi.

A questo si aggiunge il fatto che praticamente nessuno stato rispettava tale regola, ossia tutti sforavano tranquillamente il tetto del 3%, presentando alla UE bilanci truccati, che tutti sapevano essere truccati. In questo modo si è favorito il debito pubblico, che non è un problema di alcuni stati, come vogliono farci credere i giornali di regime, ma di tutti gli stati della UE.

Anche stati considerati solidi (sic!), come la Germania o Francia, che dieci anni fa presentavano debiti inferiori al 50%, con la regola imposta dalla UE hanno finito per ritrovarsi con debiti dell’80% o più (Vedasi: Tabella del debito pubblico degli Stati al 2010).

Continuano a dirci che l’Europa si divide in due: l’Europa degli stati del nord, opulenti, con politici capaci e probi e quindi meritevoli di restare nell’area Euro; l’Europa dei, PIGS (dei maiali), degli stati del sud, con deficit spaventosi, politici corrotti, che non meriterebbero di restare nell’area Euro. E’ assolutamente vero quello che si dice dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna; ovviamente la I ben potrebbe identificarsi con l’Irlanda, stato del nord, fino a pochi anni fa esaltato come modello di stato capitalista), ma è altrettanto vero che gli stati del nord sono ugualmente nei guai (ad essere sinceri sarebbe più opportuno utilizzare una ben nota parola di cinque lettere che a qualcuno apparirebe una volgarità).

La verità, dunque, è che tutti gli stati sono in fallimento, compresi quelli del nord. Il fatto di avere debiti inferiori agli stati del sud, significa solo che stanno meglio degli stati del sud, ma ugualmente sono sulla soglia del fallimento. Ovviamente l’Italia è tra i paesi con i problemi più gravi e difficilmente risolvibili, a meno che non si adottino determinate politiche già sperimentate in altre latitudini, in America Latina.

Tutto sembra indicare che l’Italia non ha un futuro molto roseo davanti e se crolla l’italia, ossia fallisce, ossia arriva il giorno in cui il Ministro delle Finanze di turno deve dire al mondo “Signori non possiamo pagare i nostri debiti”, crolla inevitabilmente tutta l’Europa.

Tutti abbiamo asssitito alla farsa (destinata a sfociare in tragedia) del salvataggio greco, di un piccolo paese; se il problema dovesse toccare un grande paese come l’Italia, la fine dell’Europa sarebbe inevitabile.

E non dimentichiamo l’altra grande farsa che si è consumata dall’altra parte dell’Atlatico. Che l’accordo sia stato solo una farsa si intuisce analizzando le cifre. Gli USA hanno vissuto per decenni al di sopra delle loro possibilità, accumulando anno dopo anno deficit di bilanci pubblici, che sono ormai impagabili, oscillando tra i circa 15.000 miliardi dei dati ufficiali ed i circa 30.000 miliardi quando si aggiungono i dati del salvataggio (improbabile) delle imprese in crisi; a tutto questo va aggiunto il deficit dell’intera società statunitense (Imprese e famiglie) e qui ovviamente gli zeri sono così tanti che è sufficiente dire che sono impagabili.

Il problema degli USA non si è risolto con l’accordo del 2 agosto - come hanno cercato di farci credere tutti i media ufficiali del mondo – e l’aumento del limite del debito a 14.694 miliardi; il debito USA al 18 agosto ha già raggiunto i 14.620 miliardi, quindi fra non molto tempo si ripresenterà il problema; inoltre i tagli annunciati (qualche centinaio di miliardi all’anno), che saranno sopportati dalle fasce più deboli, attraverso i tagli all’educazione, alla sanità, alle pensioni, all’assitenza sociale, per quanto possano sembrare enormi sono ridicoli in confronto ai deficit previsti daibilanci USA del prossimo decennio. Infatti, i bilanci annuali preventivi per il decennio 2012-2021 presentati da Obama prevedono entrate complessive (nel decenio) per 39.084 miliardi di dollari, a fronte di uscite pari a 46.055 miliardi, per un deficit totale di 6.971 miliardi, cui vanno aggiunti altri 794 miliardi per il pagamento degli interessi sul debito. Tagliare spese (e ripetiamo ai danni dei più deboli, lasciando intatte le spese militari, ad esempio) per un migliaio di miliardi è semplicemente una barzelletta. E’ una farsa che si trasformerà in tragedia.
 
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Una provocazione: e se non pagassimo il debito?


 

Parliamoci chiaro, l’Europa che stiamo vivendo non è quella che immaginavamo. Non è l’Europa che volevano Ernesto Rossi e Spinelli, tanto per fare qualche nome di europeisti ante litteram. Non è l’Europa che si voleva quando è nato l’euro.

Immaginavamo un’Europa dei popoli, dei diritti condivisi, dell’abbattimento delle barriere, fisiche e linguistiche, del libero scambio e della crescita solidale. Ci siamo ritrovati un’Europa nelle mani dei banchieri, dell’alta finanza, dei poteri forti, a trazione quasi esclusivamente tedesca.

Anche la nascita dell’euro, nell’immaginario collettivo, rappresentava un passo in più verso l’unità dei popoli, la cessione di una fetta di sovranità, quella monetaria e delle banche centrali, era fatta in nome del superamento dei nazionalismi e di una maggiore solidarietà. Non è andata così perché mentre pensavamo a questo modello, c’era chi si preparava all’euro, dall’alto della propria forza economica, esclusivamente per avere maggiori vantaggi.

La Germania, non i tedeschi, ma la loro guida, ha voluto l’euro perché le serviva anche per rilanciarsi definitivamente dopo la caduta del muro di Berlino. Perché aveva i conti in ordine più di tutti. L’Italia accettò perché solo in questo modo poteva contenere la svalutazione (quella che negli anni 70 la fece uscire dal sistema  monetario europeo) e perché per la prima volta, dopo secoli, poteva far parte di un sistema con una moneta forte che, se avesse funzionato, avrebbe fatto crescere la nostra economia reale, innovativa, fatta in prevalenza di piccole e medie imprese che avrebbero avuto la possibilità di esportare e di pianificare gli investimenti grazie a una moneta decisamente meno fluttuante della lira. L’Italia ha perso una grande occasione perché avrebbe dovuto investire in ricerca ed essere all’avanguardia nel know-how in tantissimi settori. Invece non è andata così. I tagli alla ricerca dei governi Berlusconi (per quasi 9 negli ultimi 11 anni in carica) lo hanno impedito e una propensione culturale delle imprese a investire poco in questo settore hanno fatto il resto.

Così quando è arrivata la crisi il nostro Paese si è trovato impreparato. Certo, chi fino a quel momento aveva giocato a carte coperte, è stato costretto a scoprirle. L’asse conservatore franco-tedesco, grazie anche all’inerzia e all’incapacità del governo Berlusconi, ha preso il sopravvento. La costante richiesta di eurobond, di uno strumento cioè tutto europeo per pagare gli interessi sul debito dei singoli paesi, e che avrebbe consentito un maggiore livellamento tra paesi forti e quelli in sofferenza, incontra ancora oggi l’opposizione della Merkel. Eppure proprio il debito pubblico è quello che ha messo in ginocchio la Grecia e che sta mettendo in forte difficoltà l’Italia. Anche perché  la Bce non stampa moneta-euro

Le ricette per uscire dalla crisi sono state tutte uguali. In ogni paese a pagare sono stati solo i ceti medio bassi e le piccole e medie imprese. Nessuna banca, eppure il peccato originale deriva da loro, e nessuna grande impresa, ha avuto conseguenze gravi dalla crisi anzi, le prime sono state aiutate con enormi iniezioni di liquidità.

Nonostante i sostanziosi aiuti, la stretta creditizia ha colpito l’economia reale, la disoccupazione è alle stelle e la politica non riesce a dare risposte concrete. Con la vittoria di Hollande in Francia, per fortuna, la Germania è un po’ più sola, ma finché la ricetta sarà solo quella liberista che prevede libertà di licenziamento e tasse sarà impossibile invertire la spirale. Eppure bisogna fare in fretta. La Grecia rischia di uscire dall’euro e di fallire poi, secondo le previsioni pessimistiche di autorevoli economisti, dovrebbe toccare alla Spagna, quindi all’Italia, a seguire altri Paesi per una sorta di effetto domino. Allora, se la spirale non si inverte, se non si rilancia la crescita, se in tutta Europa, a cominciare dall’Italia, non si applicano politiche di equità, se la Germania si ostina a voler prendere tutto e lasciare agli altri le briciole (ricordo che il suo pil è in crescita dell’1,2%) lancio una provocazione: e se l’Italia non pagasse il suo debito?