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Islanda: governo costretto alle dimissioni, Costituzione rifatta sui social network, banche nazionalizzate. Una rivoluzione nel silenzio

 
g142011
 
 


L’islanda, il paese che con le sue eruzioni vulcaniche è stato in grado di bloccare il traffico aereo per giorni, è ora il protagonista di un’eruzione forse ancora più imponente: la rivoluzione democratica. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Un paese con la democrazia probabilmente più antica del mondo, le cui origini vanno indietro all’anno 930 e che, da occupante il primo posto nel rapporto dell’ ONU sull’indice dello sviluppo umano 2007/2008, viene messo tra i dimenticati dai media. Perché questo silenzio su cambiamenti così epocali? Cosa fa così paura da tenere la cosa sotto censura? Vediamo come si sono svolti i fatti così capiremo come e perché un intero popolo si è risvegliato.

 

L’islanda ha visto negli ultimi 15 anni crescere notevolmente il benessere economico, tuttavia legato a un modello neoliberista puro, sinonimo di privatizzazione dei servizi pubblici, liberalizzazione di ogni settore e fine di ogni chiusura doganale; un modello economico spinto a tal punto che nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate. Esse cercarono di attrarre gli investimenti stranieri attraverso conti online con tassi di interesse piuttosto alti. Tutto ciò portò ad un notevole innalzamento del debito estero di queste banche, che dal 200% del PIL arrivò nel 2007 al 900%. Il colpo di scure arrivò con la crisi dei mercati finanziari del 2008: le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, fallirono e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro, che perse l’85 per cento, peggiorò drasticamente le cose tanto che alla fine dell’anno il paese andò in bancarotta. Il governo fu costretto a chiedere l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, mentre nel frattempo serpeggiò il malcontento nella popolazione: questa costituì un presidio prolungato davanti al parlamento che portò a gennaio al crollo del governo. Nel frattempo il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea proponevano come unica soluzione possibile lasocializzazione del debito, cioè doveva essere la popolazione a farsene carico. Nonostante l’insediarsi di un governo di sinistra fortemente contrario al neoliberismo, esso cedette alle pressioni e con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento, che equivaleva a una spesa di 100 euro mensili a famiglia. Questo fu decisamente troppo: il popolo islandese, già esasperato dai precedenti avvenimenti, riuscì a convincere il capo di stato Ólafur Ragnar Grímsson a non approvare la manovra fiscale e a indire un referendum sulla questione. I potentati economici inglesi e olandesi passarono subito al contrattacco: se fosse passato il referendum avrebbero messo in atto il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi e il blocco di ogni prestito. Nonostante le accese minacce il referendum passò con il 93% delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le minacce promesse furono messe in atto, ma la rivoluzione continuò implacabile e portò l’interpool a emettere una serie di arresti verso i banchieri implicati nel crollo finanziario.

Il fermento popolare è cresciuto di giorno in giorno e ha portato alla proposta di creare ex novo una nuova costituzione completamente su base popolare: è stata eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. E, cosa ancora più innovativa, è una costituzione completamente costruita sulla comunicazione attraverso i social network.

Ora forse risultano più chiari i motivi per cui questa rivoluzione viene oscurata. Cosa implicherebbe la trasposizione ad altri paesi come l’Italia di un tale movimento di popolo? Lo Stato teme il dilagare del potente strumento mediatico che la rete rappresenta? L’esempio islandese è la prova che a decidere le sorti di un paese non sono solo i potentati economici o le lobby politiche. Molti paesi sono sull’orlo di questa crisi o ci sono già pienamente dentro. Il caso dell’Islanda rende chiaro il concetto a noi propinato come utopico che non deve essere il cittadino comune a sanare i debiti di una nazione.