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«I mali assoluti che opprimono l'Italia produttiva sono una burocrazia folle e un fisco extralarge, smisurato: soffocano le imprese e spengono lo slancio imprenditoriale facendo perdere competitività a un Paese che invece volerebbe».
A pochi giorni dalle Assise (si veda l'articolo qui a fianco), il vicepresidente di Confindustria Aldo Bonomi, con deleghe per le politiche territoriali e i distretti, traccia un quadro desolante del sistema-Italia, schiacciato da quelli che lui stesso definisce «mali assoluti» oppure «nemici che ogni imprenditore deve combattere tutti santi i giorni distraendosi dal lavoro vero».
Classe 1951, bresciano di Lumezzane, Bonomi bacchetta la politica e delinea un'analisi impietosa dei ritardi cronici dell'Italia e di alcune storture divenute, secondo lui, non più tollerabili. E rilancia sulle possibili soluzioni: «Riscoprire la manifattura di qualità e le reti d'impresa per crescere meglio». Con un monito agli imprenditori: «Innovare sempre, nessuno vive di storia».
La presidente Marcegaglia ha lanciato di recente un messaggio forte alla politica dicendo che mai come in questo periodo le imprese si sono sentite sole. È così anche sul tema del fisco?
La prova che il fisco sia diventato intollerabile e le tasse eccessive così come i controlli è dato dal fatto che è stato lo stesso ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, a sollevare il problema. Ricorda le sue parole? Stop a un fisco opprimente per le aziende e sì a controlli più equilibrati.
E infatti abbiamo una fiscalità di tre punti percentuali più elevata rispetto alla media europea. Cosa ne pensa?
Questo fisco non fa altro che rendere le imprese meno competitive, soprattutto per chi lavora in ambito non solo locale, ma anche internazionale, e si deve confrontare con Paesi come la Germania, per esempio, dove il tax rate è di poco superiore al 48%, contro quasi il 70% dell'Italia. Senza contare che il nostro problema è doppio: costi superiori dovuti alla burocrazia si sommano a queste tasse più salate.
La Germania, dal punto di vista industriale, è un nostro parente stretto, con un tessuto fatto soprattutto di piccole e medie imprese e alcuni grandi campioni nazionali. Com'è che da loro le tasse sono più basse?
La risposta più ovvia è che in Germania le tasse le pagano tendenzialmente tutti, c'è un sistema-Paese che funziona, ci sono le infrastrutture, a partire dalla banda larga, e non esiste in maniera così marcata una distinzione tra Nord e Sud del Paese.
E invece da noi?
La separazione tra un Nord che produce e un Sud che produce meno è sempre più marcata. E anche qui i motivi sono sempre di carattere politico, territoriale, legati ovviamente alla piaga della criminalità, tanto è vero che nel Mezzogiorno il sommerso assume un peso maggiore. Ma al di là della geografia, la verità è che siamo invasi tutti dalle scartoffie. Per qualsiasi minimo cambiamento in azienda bisogna iniziare a fare le code in Comune o alla Asl per ottenere un qualche straccio di permesso che sicuramente arriverà in tempi lunghissimi, incompatibili con i tempi di chi lavora.
Cosa si aspetta dal decreto del Governo che affronterà, tra gli altri, proprio i temi della fiscalità e della semplificazione?
Temo solo che, al di là delle buone intenzioni, non si vada al nocciolo della questione, che le parole trovino più spazio rispetto ai fatti concreti e alla risoluzione dei problemi.
Da anni si parla di una riduzione dell'Irap.
Magari! Ma per renderla possibile bisognerebbe che prima la politica tagliasse i suoi sprechi e riducesse i costi di tutto il sistema. Le Pmi lo hanno già fatto, hanno eliminato tutti i costi possibili e immaginabili ma per fare lo stesso con la burocrazia ci vorrebbe grande lungimiranza, iniziando da provincie e comunità montane. Sa quanti risparmi? Non vedo nessuno che abbia voglia di pagare il prezzo politico di una scelta come questa.
E il ruolo delle banche?
Serve una nuova sinergia. Da parte nostra, come Confindustria, stiamo lavorando molto sulle alleanze di filiera, perché l'unione fa la forza e insieme si possono ottenere rating migliori e quindi credito meno costoso. Le banche, da parte loro, devono tornare a credere nel manifatturiero di qualità, senza timore e con un pizzico di coraggio in più.