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Nell'ambito delle scienze sociali, l'economia politica è «la scienza che studia il comportamento umano come relazione tra fini e mezzi scarsi suscettibili di usi alternativi» è quindi la disciplina che studia il funzionamento dei sistemi economici.

 

Anche se riflessioni "economiche" in senso lato possono rinvenirsi già nell'antichità e nel Medioevo, l'economia politica in senso moderno iniziò a prendere forma nel periodo di progressiva separazione della politica dall'etica (l'epoca di Machiavelli), ponendosi inizialmente l'obiettivo di aumentare il potere economico del Principe, poi degli Stati nazionali, come condizione necessaria del potere politico e militare.

I mercantilisti consideravano fondamentale, a tale scopo, un saldo positivo della bilancia commerciale. In Francia, dopo il fallimento delle politiche mercantiliste di Colbert, François Quesnay si fece sostenitore della priorità dell'agricoltura, costruendo per primo un vero e proprio modello del funzionamento di un sistema economico.

Si affermò poi per circa un secolo la cosiddetta economia politica classica (principali esponenti: Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx), che prestava attenzione alla crescente produttività dell'industria, individuava nel tempo di lavoro necessario alla produzione di un bene il suo valore e considerava i rapporti tra le classi sociali (proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori) fondamentali per lo studio del funzionamento del sistema economico.

A partire dall'ultimo quarto del XIX secolo si sviluppò e diffuse sempre più l'economia neoclassica, caratterizzata dal ricorso all'utilitarismo e al cosiddetto individualismo metodologico: il valore di un bene venne ricondotto all'utilità che scaturisce dal suo consumo, mentre la massimizzazione di questa utilità venne considerata il principio guida del comportamento individuale. La focalizzazione sul singolo non impedì che si prestasse attenzione al benessere dell'intera comunità, per il quale si riteneva necessario il libero agire dei privati riducendo al minimo il ruolo dello Stato. L'approccio neoclassico rimane oggi tipico della microeconomia, che studia appunto il comportamento dei singoli agenti economici.

Nei decenni centrali del XX secolo, dopo la Grande depressione del 1929, John Maynard Keynes ha sostenuto la necessità dell'intervento pubblico nell'economia, soprattutto al fine di garantire la piena occupazione. Ne è seguita un'attenzione ai grandi aggregati economici (il prodotto nazionale, l'ammontare complessivo dei consumi e degli investimenti ecc.), che costituiscono oggi l'oggetto di studio della macroeconomia, così detta per distinguere tale approccio da quello neoclassico.

Alcuni economisti hanno proposto di unificare i due approcci, dando vita alla cosiddetta sintesi neoclassica. Successivamente, Milton Friedman ed altri hanno riformulato in modo innovativo alcuni principi della scuola neoclassica, riproponendo il rifiuto dell'intervento dello Stato in economia. Si è quindi avviato un processo di formazione di diverse scuole di pensiero, al quale hanno contribuito sia lo sviluppo di nuovi strumenti analitici, sia l'esigenza di affrontare - anche in un'ottica interdisciplinare - problemi quali l'inquinamento, il possibile esaurirsi delle risorse naturali e la globalizzazione.