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Perché l'industria non cresce / L'affanno dell'impresa in debito d'ossigeno e le vie per rilanciarla

 

Curvare tubi non è un'attività particolarmente sofisticata: i cinesi lo fanno a poco più di un dollaro l'ora; in Italia ne servono oltre 28. Ma se all'azione di piegatura si associa la tecnologia del taglio al laser e la diagnostica sullo stato di resistenza dei materiali, si passa a un altro "campionato" della competizione industriale globale. Aumenta il valore aggiunto, diminuisce la possibilità di essere "copiati" a bassissimi costi, cresce la qualità del servizio-prodotto finito. E dunque anche il margine di guadagno.

Chi ha fatto questo salto forse ha seguito solo l'istinto, così come chi fabbricava serrature e, superato in un business povero dai Paesi newcomers, si è ingegnato fino a quando è riuscito a inserire nelle chiavi il microchip di un telecomando. Anche qui, un salto: cambia il business, aumentano qualità e margini, si modifica l'utenza finale e si ampliano le prospettive di crescita.

 

È successo a molti, per fortuna, e nei più disparati settori merceologici. Gli imprenditori hanno agito – come accade da sempre – con l'innata intuizione dell'animal spirit. Ma gli studiosi direbbero che, per sopravvivere, quegli industriali hanno modificato il "paradigma tecnologico" delle loro aziende, sono passati dal core business alla core competence: oltre al fare, il sapere.

Non c'è solo il vincolo esterno di un Paese bloccato e senza particolare feeling con il mondo dell'intrapresa manifatturiera; c'è anche un "malessere" interiore, annidato fabbrica dopo fabbrica, capannone dopo capannone che impedisce la crescita.  Una saggia politica industriale aiuta a orientare le scelte, è fondamentale (e, purtroppo, in questa fase è stata assai carente) ma, alla fine, è comunque l'impresa, e solo l'impresa, a dover "creare le discontinuità" necessarie per progredire.

Il cambio di paradigma tecnologico è una di queste discontinuità. Uno dei modi per salvare il made in Italy. Innovare è sopravvivere: per farlo bisogna saper usare le tecnologie (e non solo). Non conforta (si veda la seconda tabella in alto) il fatto che in Italia, in un'azienda di 10 addetti, solo il 43% dei dipendenti usi il computer almeno una volta alla settimana. In Germania lo fa il 61 per cento. E questo dice molto. C'è poca dimestichezza con l'hi-tech e con le reti globali. C'è poco sapere in fabbrica, dove comunque sono assunti più tecnici che laureati. Eppure il paradigma tecnologico è cruciale per ripartire; sia come imprese singole, sia come sistema Paese. Ora c'è una prateria con le implicazioni progettuali (e non solo) delle tecnologie a tre dimensioni.