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Dopo mesi di rally inarrestabile la corsa delle materie prime si ferma improvvisamente. Protagonista di un vero e proprio tonfo è il petrolio Wti scambiato a New York che ha messo a segno il ribasso più marcato da due anni a questa parte precipitando, per la prima volta dal 17 marzo scorso, sotto i 100 dollari a 99,70 dollari al barile, in calo dell'8,7%. Più consistente la frenata del Brent quotato a Londra che, dopo aver aperto a 120 dollari al barile, ha chiuso a quota 109 dollari e 24 centesimi al barile (-9,89%).

Frenano tutte le materie prime
Il ribasso del petrolio ha trascinato a fondo tutte le materie prime: l'oro ha perso il 2,49% scivolando al di sotto della soglia dei 1.500 dollari l'oncia e finendo a 1.481,40 dollari, mentre il rame per la prima volta quest'anno ha finito al di sotto dei 4 dollari al pound, cedendo 13,6 centesimi, il 3,3%, a 3,998 dollari al pound. Stesso discorso per l'argento che ha perso il 6,2% a 36,975 dollari l'oncia: il metallo ha ceduto il 25% da venerdì scorso, quando Cme Group aveva alzato i costi per gli investitori che intendono scambiarlo. I contratti sul cotone scambiati all'Intercontinental Exchange hanno ceduto il 3,2% a 1,466 dollari a pound, il cacao ha perso il 4,9% a 3,054 dollari a tonnellata, mentre il caffé qualità arabica ha ceduto il 3,2% a 2,85 dollari a pound, dopo avere toccato lunedì il massimo in 14 anni.

 

I dati macro influenzano i fondamentali
A mettere sotto pressione le quotazioni delle materie prime sono una serie di dati macro americani che confermano la fragilità della ripresa negli Stati Uniti. Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione, la scorsa settimana, sono salite ai massimi degli ultimi otto mesi, crescendo di 43mila unità a quota 474mila a conferma di un mercato del lavoro ancora lontano dalla guarigione. Il timore di una frenata della domanda dei consumi è stato poi accentuato dai dati dell'Eia che hanno rilevato un balzo delle scorte ben superiore alle attese nel corso dell'ultima settimana.

La speculazione fa il resto
Questi aspetti, che influiscono sui fondamentali della domanda e dell'offerta, non bastano da soli a spiegare un movimento così brusco dei prezzi del greggio che, dall'inizio dell'anno aveva guadagnato quasi il 30 per cento a causa delle tensioni geopolitiche in Nordafrica. I movimenti sono stati infatti amplificati dal brusco apprezzamento del dollaro sull'euro sui mercati valutari. La moneta unica è scesa, nel giro di una seduta da 1,49 dollari a quota 1,45. A muovere i mercati valutari sono state le parole del governatore della Bce. Dopo il direttivo durante il quale si è deciso di mantenere stabile il costo del denaro, Trichet ha spiazzato gli operatori facendo capire, in conferenza stampa, che un rialzo dei tassi al direttivo Bce di giugno è tutt'altro che scontato.

Il ruolo della Bce
Questo cambio delle carte in tavola ha messo in crisi gli speculatori che hanno dovuto chiudere in tutta fretta posizioni che avevano aperto dando per scontato una stretta da parte della Bce il prossimo mese. Come spiega un trader, «se l'Eurotower non aumenta il costo del denaro diviene meno conveniente indebitarsi in dollari per speculare sulle materie prime. Lo stesso vale se si vuole cambiare dollari in altre monete che, ora, non offrono più una prospettiva certa di tassi di interesse in costante aumento rispetto a quelli offerti sul biglietto verde. Così si smontano le posizioni speculative che vengono alimentate dalla grande disponibilità di dollari a costo quasi zero» (la Fed nella scorsa riunione ha fatto chiaramente capire che un aumento dei tassi non è al momento nei suoi programmi).

Ironia della sorte. Il peggior calo del petrolio degli ultimi anni arriva nel giorno in cui il prezzo della benzina in Italia ha superato la soglia psicologica di 1,6 euro al litro nella media nazionale.