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L’economia come la conosciamo ai giorni nostri si basa sul modello capitalista, basato come è noto sull’accumulo di capitali, fin da subito, dagli albori della storia delle imprese è apparso chiaro che la fattispecie di questo capitale era eterogenea, non solo denaro, ma anche altre tipologie di beni materiali: terreni, immobili, materie prime di vario genere, macchinari, etc.

Questo panorama ha visto ben presto una mutazione sostanziale, includendo al suo interno anche i beni immateriali: brevetti, modelli organizzativi e produttivi, in pratica ciò che oggi definiamo come know-how.

 

Per arrivare agli anni 80-90 dello scorso secolo definiti come  gli “anni dell’informazione”, nel senso  che avere accesso alle fonti dell’informazione, delle notizie, delle novità, dei trend di sviluppo del business e della tecnologia, poteva fare la differenza, soprattutto se avevi una business intelligence capace di estrapolare prima ed interpretare poi il dato grezzo.

Va chiarito che questa evoluzione si presenta come un processo “integrativo” per somma quindi, e non per sostituzione in relazione alla logica inizialmente illustrata.

Ed in questa ottica allora che bisogna approcciare allo stadio attuale, contemporaneo del business, che Jeremy Rifkin ha brillantemente definito delle relazioni.

“il reale valore nel terzo millennio per le aziende e per i manager che le dirigono sarà sempre meno legato al fatturato che producono, ma sempre di più al numero ed alla qualità delle relazioni che sapranno instaurare con i loro interlocutori e stakeholders, interni ed esterni”.

Ed è qui che si innesta il ragionare sull’economia dell’esperienza, sul capitalismo delle emozioni che si genera per conseguenza di un evoluzione del consumo, non più basata sul prodotto, ma sul bisogno che sta alla base del consumo stesso.

Ed è un bisogno/consumo che non è più interpretabile solo attraverso il modello di analisi che ha come oggetto il processo di acquisto, ma sposta il fuoco della sua attenzione sull’esperienza del consumo, che nella relazione ed interazione con gli altri vede il suo fulcro.

 

Tratto da :Troilo G., Postmodernità, consumo e marketing dei beni artistici e culturali. In Micro & Macro Marketing, a. XI, n. 1, aprile 2002. Il Mulino, Bologna.

Questo schema ci mostra come, al modello classico interpretativo del processo di acquisto proposto dalla scuola Behaviorista (teoria comportamentista), si affianchi una ulteriore chiave di lettura composta da elementi distinti e sovrapponibili:

Predisposizione dei set informativi: Sensing.

Interazione con il contesto di consumo: Sharing.

Operatività / utilizzo: Performing.

In questo modo ci è possibile evincere che:

Prevalgono gli aspetti “caldi” (emozioni e sensazioni) rispetto a quelli “freddi” (ragioni)

Maggiore importanza del consumo rispetto all’acquisto

Cresce il rilievo della dimensione sociale nel comportamento del consumatore